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Amiconi

Berardo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Profilo critico.

 E' difficile tracciare un profilo critico dell'arte di Berardo Amiconi, non essendo possibile, allo stato attuale delle ricerche studiare direttamente gli originali che, fatta eccezione per due ritratti incompiuti e due bozzetti, sono sparsi in collezioni private, specialmente in Inghilterra, dove l'artista svolse più lungamente la sua attività, nonché in Russia e in Grecia, da cui provenivano molti suoi committenti. In Italia attualmente abbiamo solo il ritratto di Teresa Brambilla Ponchielli nel Museo alla Scala di Milano. Abbiamo però delle riproduzioni fotografiche in bianco e nero di alcuni suoi dipinti, fotografie che l'autore rimetteva ai suoi parenti e amici a documentazione della propria attività. 
 
Possediamo inoltre l'elenco di suoi dipinti, che esponeva annualmente nella Royal Academy dal 1859 al 1874, riportato dal Comandi nel Dizionario illustrato di pittori, disegnatori, incisori italiani moderni e contemporanei. Gli altri repertori, che riporteremo in bibliografia, non vanno al di là della semplice notizia biografica, talvolta anche errata, o comunque imprecisa. Attraverso una piccola fotografia, sbiadita dal tempo, conosciamo del periodo napoletano il dipinto Rivista dello zar Nicola I, già nel Museo di Capodímonte e poi scomparso. E' regolarmente inventariato (1), ma manca persino la documentazione iconografica leggibile. Lo schema del dipinto è il tradizionale, ma reso in forma più lineare, più semplice. Per certi particolari non siamo lontani dalla maniera del Fattori dei primi tempi. Un raffronto può esser fatto col bozzetto della Battaglia di San Martino del Livornese. Tecnicamente ormai l'Amiconi era divenuto padrone del mestiere, per muoversi cosi liberamente fra tante figure, alcune delle quali - come quella del Duders e dello Zar - veri e propri ritratti, secondo quanto scrive l'autore stesso in una sua lettera. 
La vasta pianura sfuma in lontananza delimitata da colline appena accennate, che si confondono col cielo. Il paesaggio e squallido, cosí come è testimoniato anche dalle lettere. 
 
Al lato sinistro un gruppo di cavalieri è in attesa e osserva il movimento dell'altra ala che avanza verso il centro dove lo Zar si incontra con gli alti ufficiali e con lo stesso generale Duders, comandante dell'esercIto. In questo dipinto, per la spazialità d'insieme (il cielo e le colline sfumanti all'orizzonte occupano ben tre quarti della tela), si possono ravvisare reminiscenze dei vedutisti napoletani del Settecento, che si rifanno a quella tradizione che ha inizio con Salvator Rosa. Siamo ancora nel campo della pittura accademica, cosi come si insegnava nelle scuole e che, nel campo di pitture ispirate a riviste militari o a battaglie, proseguirà ancora per buona parte dell'Ottocento. Abbiamo notato il caso del bozzetto di Giovanni Fattori; possiamo ricordare anche il Napoleone III a Soljeríno di Meissonier del Louvre. 
 
Delle altre opere di questo periodo, purtroppo, non abbiamo alcuna documentazione iconografica. Sappiamo solo che intensa fu la sua attività e anche di pregio, se ebbe la ventura di partecipare in compagnia del Duders alla Rivista dello Zar di Tutte le Russie. Per tracciare, quindi, un profilo critico dell'Amiconi, dobbiamo giungere al periodo londinese, che fu quello della maturità dell'artista. Egli abbandona definitivamente dipinti dalle molte figure. Certamente a questo nuovo orientamento deve aver contribuito il contatto con l'ambiente artistico londinese e i gusti di quella società. 
  
Se fosse rimasto in Italia forse anche egli avrebbe pagato il tributo al grande quadro storico di sapore romantico e alla illustrazione di qualche episodio eroico del Risorgimento. Ciò nonostante l'Amíconí fu pittore romantíco, di un romanticismo però contenuto, lontano sia dalla retorica eroica dei primi tempi dai toni melodrammatici che da quell'atmosfera patetica e svenevole, in cui il grande movímento si andava dissolvendo per lasciare il posto al verismo e per riciclarsi e sciogliersi poi nel decadentismo. 
 
Pensiamo, a mo' d'esempio, a un Tranquillo Cremona, piú giovane dell'Amiconi di un decennio, in cui la tenerezza sentimentale del Bacio dell'Hayez diventa abbandono, sdilinquimento, svenevolezza, smanceria (3). Ho citato il Cremona in quanto fra i nostri pittori del Secondo Ottocento è il piú vicino, sotto certi aspetti, all'Amiconi, specialmente per quanto riguarda il mondo liricosentimentale.  on possiamo, tuttavia, comprendere l'arte dell'Amiconi, se non teniamo conto degli influssi culturali che dovette mutuare dalla letteratura e dall'arte inglesi. Lesse Shelley, Keats, Byron: il primo con la sua struggente poesia, che anima ogni oggetto naturale di una vita divina, il secondo con il suo "idoleggiamento estetizzante della bellezza greca", il Byron non per il suo ribellismo e titanismo morale, tanto lontano dalla sensibilità dell'Amiconi, ma per la dolce e sventurata Haidée, che riesce col suo fascino a suscitare nel libertino Don Giovanni sentimenti di alta e pura poesia (4). 
 
Ma l'influsso maggiore e piú profondo l'Amiconi lo doveva ricevere da quelli che erano i gusti e le preferenze della pittura inglese, nata e sviluppata quasi esclusivamente per venire incontro alle richieste della nobiltà inglese, desiderosa in modo particolare di farsi ritrarre. Ritrattistí furono infatti i due iniziatori dell'arte inglese: Sír joshua Reynolds (1734-1802), primo Presidente della Royal Academy, e Thomas Lawrence (1789-1830), che ritrasse signore e bambini, toccati da luci fluttuanti e ondulatorie. Per comprendere l'arte dell'Amiconi, non possiamo prescindere da questi ultimi (5). 
 
La sua arte si evolve ancora sotto gli influssi dei gusti della polemica fra classicismo e romanticismo, che si svolgeva pure nella Royal Academy, sebbene facesse sentire ancora i suoi effetti l'eredità di un Reynolds dal classicismo eclettico, raffaellesco, correggesco (6). Da questo momento nella pittura dell'Amiconi le immagini vengono immerse in una atmosfera vibrante di sogno. La struttura compositiva è ancora solida e il delicato giuoco delle ombre è raggiunto da leggeri ombreggiamenti e finissime e delicate velature. Si sprigiona un profumo di delicata poesia e le immagini si dissolvono nel sogno. Diamo uno sguardo alla fig. 2. Penso che si tratti della Maschera fiorentina del 1859. Il volto è delicatissimo ed è contornato da soffici capelli, divisi da una leggera scriminatura e sorretti da un nastro. 
 
Le ombre delle occhiaie sono sfumate, così quelle del naso, della bocca, della gola. Lo sguardo, dolcissimo, fissa qualcosa, qualcuno. Sicuramente un pensiero d'amore fa sognare la sua mente. Il corpo, inclinato, posa leggermente sulla spalliera di un divano. Nella Spigolatrice (fig. 6), abbiamo una figura intera che, seduta all'ombra di un casolare diroccato, poggia la testa sul muro, che le copre una parte del viso. Un mannello di spighe è posato sulle ginocchia, appena trattenuto da una mano. Dal volto traspare una passione raccolta ma profonda.
 
La fanciulla è stata sedotta e abbandonata? 0 forse la sua anima è presa da un amore impossibile? Nel fondo si intravedono altre spigolatrici, ignare della sorte dell'amica. In Pensiero mattutino (fig. 4), la giovane donna è vista di tre quarti; elegante la curvatura del corpo. Essa è accolta tra il verde e i fiori del giardino ed è ritratta nell'atto di annaffiare, mentre da una finestra c'è qualcuna che la osserva, tralasciata la lettura di un libro, rimastogli aperto fra le mani. 
 
Peccato che di questo dipinto non conosciamo l'originale, forse avremmo potuto ammirare un Amiconi colorista. Tuttavia anche dal documento iconografico possiamo osservare il filtrare della luce fra rami e foglie, che ci fa intuire il colore, e crea l'atmosfera di un fresco mattino. Al dipinto La Schiava, esposto alla Royal Academy nel 1864, bisogna riferire probabilmente uno dei bozzetti di Casa Simoncelli (fig. 5). La giovane donna è seduta, col corpo quasi abbandonato a se stesso, su di una ruvida panca. Il braccio destro, su cui poggia la testa, è proteso in alto, la mano aggrappata a una traversina di una inferriata. Lo sguardo, rivolto in avanti, sembra voler scrutare l'animo dello spettatore, quasi alla ricerca di un aiuto, che alimenti la sua speranza di libertà. Un altro dipinto, che si potrebbe definire un vero e proprio brano lirico, tanta è la carica emotiva che ne sprigiona, è la Lettera d'amore. Forse si tratta dell'opera riportata dal Comanducci col titolo: The First Post (fig. 3) ed esposta alla Royal Academy nel 1869 (7). 
  
La giovane donna è vista leggermente di spalle, per cui appare chiaramente ciò che è scritto nella lettera. Parimenti soffusa di dolcissimo sentimenti lirico è La brezza mattutina (fig. 7), sempre del 1869. Una fanciulla affacciata alla finestra sembra inebriarsi alla brezza del fresco mattino, immersa in un sogno d'amore. Gli ultimi due dipinti ci riportano, anche se indirettamente, nell'atmosfera che si respira nella pittura di un Tranquillo Cremona e piú direttamente in quella di Daniele Ranzoní (1843-1889), i due "giovani romantici geniali e dallo spirito inquieto" (8). Si tratta di analogie che evidenzíano l'appartenenza a una comune temperie sentimentale che è una delle caratteristiche dell'ultimo cinquantennio dell'ottocento. Nel Gruppo di famIglia (fig. 8) [si tratta quasi certamente di una nobile famiglia londinese ruotante intorno alla Corte. Potrebbe addirittura trattarsi della famiglia dei coniugi Shaftesbury, data la somiglianza fra le due bambine e quelle del dipinto seguente] non ci si allontana da quanto andavano dipingendo altri artisti sullo stesso argomento. 
  
Figure atteggiate romanticamente, paesaggio con tanto di chiaro di luna, delimitato da una parte da una coppia di colonne, dall'altra da alberi, tra il cui fogliame filtra qua e là la luce. Analogie le possiamo riscontrare con il dipinto L'Imperatore dei francesí e le sue dame dí corte di Fr. Saverio Wínterbalter nel Museo di Versailles. Molto vivace quello che si suppone il ritratto delle Nipoti di Lord Palmerston (fig. 9). Le due fanciulle sono ritratte mentre si divertono con un cavallino. Lo sfondo non si allontana da quello del dipinto precedente: da una parte l'interno con colonne, dall'altra il paesaggio che sfuma all'orizzonte. Ciò costituisce una riprova di quanto già detto. Facilmente il paesaggio è ispirato direttamente dal parco della villa Shaftesbury. Un caso a sé può essere ritenuto il ritratto della soprano Teresa Brambílla Ponchielli (fig. 16), in quanto nel volto non appare quella dolcezza che distingue le altre figure femminili. Eppure a ben riflettere vediamo che gli elementi distintivi sono gli stessi. Se differenza c'è, lo si deve al fatto che in questo ritratto l'Amiconi ha rappresentato una donna sulla scena alle prese con un monologo drammatico. 
  
La delicatezza dell'incarnato, la levità delle vesti, lo stesso sfondo che per la sua struttura ci riporta ad altri dipinti, testimoniano l'unità di ispirazione nell'arte dell'Amiconí. La stessa impostazione diagonale della figura la riscontriamo anche in Seduzione (fig. 15), in Pensiero mattutino, in Haidée. Sicuramente il dipinto che piú d'ogni altro rivela l'arte di Berardo Amiconi, la sua sensibilità romantica e la fine introspezione psicologica è l'opera Haidée (fig. 10), esposta alla Royal Academy nel 1869 e che fu preceduta da un'altra versione nel 1863, di cui però non abbiamo alcun documento iconografico.
Ogni personaggio è studiato nelle relazioni interne di fronte al dramma della protagonista. Il dipinto, esposto - come abbiamo detto - alla Royal Academy, riscosse indiscusso successo, se si provvide a metterlo in pubblicazione attraverso la riproduzione fotografica, eseguita dal celebre Alinari. 
A piè pagina della fotografia sono scritti i versi del Don Giovanni di Byron, fonte di ispirazione del dipinto. Haidée è una fanciulla diciassettenne, che col padre e la sua famiglia abita in una delle isole Celano. Un giorno scorge sulle rive del mare un naufrago. Lo trasporta in una caverna, lo cura, e lo guarisce. "Nella divina pienezza d'un istinto naturale, sotto un cielo di rosa perenne, davanti ad un mare dagli infiniti riflessi scintillanti", fra i due, Haidée e don Giovanni - cosí si chiama il giovane - sboccia l'idillio (9). 
  
Si celebrano intanto le nozze, ma nel bel mezzo della festa ecco Lambro, il padre della fanciulla, che fino ad ora era stato tenuto all'oscuro della faccenda, irrompere nella scena e ordinare ai servi di mettere in catene il giovane e di gettarlo in una nave pirata per trasportarlo verso ignoti lidi. Scende intanto la sera, e "nel crepuscolo corre, patetico, il saluto: Ave Maria La fanciulla prega il padre di desistere da tale proposito, ma Lambro è irremovibile. La fanciulla da quel momento viene presa da un languore mortale e, lentamente, si va spegnendo. "Non riconosceva essere umano, nessun luogo, quantunque a lei fossero noti da sempre". In questo stato di evanescenza e di delirio la sorprende il pittore. La fanciulla, discinta, balza dal letto, richiamata da un suono a lei familiare. Tende l'orecchio, con la destra sollevata e il palmo della mano leggermente aperto come per meglio ascoltare, con la sinistra poggiata a un cuscino, quasi in attesa che il miracolo si trasformi in realtà. Le esili dita sembra quasi che incomincino a battere in accordo con la vecchia canzone, come dice il poeta. Gli occhi, dolcissimi - una caratteristica questa nelle figure femminili di Amiconi - rivelano la trepidazione della sua anima, immersa in una divina armonia. 
  
Quel canto e quel suono fanno rifiorire nel suo spirito la speranza che il suo giovane ritorni. "Su di lei dice il poeta, "balenò il sogno di ciò che era e che è, e le lacrime iniziarono a scorrere come torrente zampillante, come nebbia di montagna, che si discioglie e diventa pioggia i suoi, che ogni giorno vedevano sfiorire sempre più la fanciulla, nel vano e disperato tentativo di salvarla, avevano invitato quel cantore stesso che aveva intonato la stessa canzone nel giorno delle nozze. Il pittore li ha posti lí, in un canto del dipinto, separati dalla scena madre da una paratía e da tendaggi. La nutrice, col volto chinato e la mano che sostiene la fronte in atteggiamento di grande dolore, simile a una Mater dolorosa; lui, il padre, cupo nell'aspetto come chi ha qualcosa di veramente grave da rimproverarsi, ma con lo sguardo rivolto verso il luogo dove è la figlia, nella speranza di un cenno di salvezza. Il cantore ha il volto ispirato, mentre con le dita trascorre leggero la tastiera dell'arpa ed eleva un suo canto d'amore.
  
Il pittore qui ha gareggiato col poeta e ci ha lasciato un'opera in cui pittura, poesia, musica si fondono in un inno alla bellezza, all'amore, alla pietà umana. Ci troviamo di fronte a un'opera senz'altro romantica, ma di un romanticismo che non è melodramma né smanceria e vuoto sentimentalismo, ma vera passione dell'anima. Sotto l'aspetto dell'argomento, Haidée è da collocarsi nella linea di molta pittura romantica. Basti citare Il bacio di Hayez, molti soggetti di dipinti di Morelli, di Pollastrini, di Ussi, di Gonin ecc. Per dire qualcosa del colore e della tecnica in genere possiamo prendere in esame solo i due ritratti incompleti esistenti in casa Di Lorenzo (figg. 13 e 14), perché sono gli unici esemplari originali a nostra disposizione, e il ritratto della Brambilla, la cui foto a colori ci è stata fornita direttamente dal Museo alla Scala di Milano. La dolcezza dei due volti, come ci appare dai due ritratti incompleti, è quella stessa che si riscontra nei dipinti già esaminati, e dimostra come l'artista, anche nei ritratti, non intendesse solo riprodurre i tratti esterni dei personaggi ma cercasse di penetrarne l'essenza spirituale. 
 
Lo sfumato, che l'artista mutua dalla lunga tradizione classica, come si era evoluta nella linea di Leonardo, Raffaello, Correggio, Ingres, e che dominava ancora nelle accademie, lo ottiene modellando i volti a chiaroscuro, che conduce in uno stadio quasi di perfezione. Solo allora, con una serie di velature e con piccoli ritocchi, il volto può dirsi compiuto. Possiamo renderci conto di una tale tecnica proprio perché i dipinti non sono finiti ed è piú facile esaminarli a luce radente. Per le altre parti, vesti, sfondi, particolari vari, la preparazione era sommaria, seguita da un esecuzione a piena tavolozza, cosí come facevano quelli che dipingevano direttamente dal vero. Ciò lo si può intuire osservando le parti appena abbozzate dei dipinti in questione.
Per concludere questi brevi cenni critici, possiamo affermare che Berardo Amiconi, pur in mezzo alle grandi novità nel campo tecnico della pittura nella seconda metà dell'Ottocento, si mantenne fedele alla tradizione, anche se in posizione antiaccademíca, come dimostra una certa scioltezza nel pennelleggiare. 
 
Cercò tuttavia di interpretare la sensibilità romantica, così come si andava evolvendo verso il decadentismo, scavalcando di conseguenza il movimento verista, con grande serietà e partecipazione, non dimenticando che "lo stile non consiste in vani giochi di pennello e in trovate a sorpresa, ma in un autentico sentimento poetico, in una intima forza creatrice, che è inutile voler mistificare e gonfiare (9). 
 
La irrequietezza stessa della vita dell'Amiconi, quel suo peregrinare alla ricerca di nuove terre e di nuove esperienze, nel vano tentativo della scoperta piú autentica di se stesso e gli ultimi anni, vissuti drammaticamente, ci dimostrano con quanta passione egli sentisse il dramma dell'uomo in un periodo di civiltà cosí travagliato, in una crisi esistenziale profonda. Questa crisi ancora oggi ci angoscia e ci angoscerà fino a che non ridaremo alla vita i valori necessari per la creazione di un umanesimo integrale. 
La prima espressione di un tale travaglio è proprio quel movimento complesso e dalle molte sfaccettature, difficilmente definibile, che va sotto il nome di decadentismo e che Berardo Amiconi preannuncia nelle sue opere. 

Note
(1) Inventario del Museo di capodimente, n.36
(2) E. Lavagnino, L'arte moderna cit., vol. 11, p. 928. - Il Cremona morí nel 1878, l'anno stesso della morte dell'Amiconi.
(3).M. Palanza, Capolavori delle letteratura straniera (Società editrice Dante Alighieri, Città di Castello 1973), pp. 279-284.
(4)Enciclopedia dell'arte Garzanti (Milano 1973), pp. 564 e 350. 
(5) G.C. Argan, L'Arte moderna cit., p. 26. 
(6) A. M. Comanducci, Op. cit. 
(7)E. Lavagnino, L'arte moderna cit. vol. II, pp. 926-936. 
(8) Per il Don Giovanni di Byron e la storia di Haidée, mi sono servito di U. M. Palanza, Capolavori... cít., pp. 282-289. Per la scena ritratta dal pittore mi è stato di aiuto la traduzione delle relative ottave del Don Giovanni fattami dal dr. Adelmo Di Felice. 
(9) L. A. Rosa, La tecnica della pittura (Società editrice libraria, Milano 1949), p. 128.
dal libro Berardo Amiconi e altri artisti di Magliano dei Marsi
 
del Prof. Giuseppe Di Girolamo 

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Berardo Amiconi
(foto d'epoca)

Berardo Amiconi
The First Post. 
Londra, Royal Academy
(1869)

Berardo Amiconi
Pensiero mattutino. 
Londra, Royal Academy
(1861)

Berardo Amiconi
La schiava.
Londra, Royal Academy
(1861)

Berardo Amiconi
Ritratto di giovani donne.
Londra, Royal Academy
(1861)

Berardo Amiconi
Ritratto di Teresa Brambilla Ponchielli.
Londra, Royal Academy
(1861)

Altre opere
 

 


 

 

Amiconi

Guido

(1921 - 2010)

 

 

 

 

Ha studiato in Avezzano e nelle Università di Napoli e di Roma. Ufficiale dell’esercito con grado di Capitano, ha insegnato per trentacique anni.

 

Autore di :

Libri di poesie in dialetto maglianese ed Avezzanese:  “ Albe e tramonti”  “Foglie” Immensità” Corsa ad ostacoli” Voci dell’anima” “ Esodi” Via San Nicola” Gente di paese”

Libri di racconti “Vicoli e Campanili” “ Sentieri” “ Effervescenze” “Racconti del tempo d guerra” Il Sig. Cavetti racconta” “ Amori e fucili” “ Incontri”.

Saggi:  ”Pittori marsicani del secondo novecento”   “ Poeti e scrittori marsicani” “ Valle Palentina” Mallianus”   “Periodi preromano e romano con la storia di Alba Fucens” “ Paesi della Piana Palentina”

 

Collaboratore, per molti anni,  di giornali e riviste fra cui:

 “Il Messaggero di Roma”  “Marsica Nuova” “La Giustizia” “Marsica Domani” “Radar Abruzzo”

 

Ha scritto molto sulla storia della nostra Magliano, di cui è stato la memoria storica, con particolare riferimento dagli anni 30 agli anni 50.

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Amiconi

Oreste

 

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La vita.

 

Nacque il 21 novembre 1873 a Magliano dei Marsí, in via Sant'Antonio n. 4, da Vincenzo di anni 53 e da Maria Malgarini di Rosciolo. Gli fu imposto il nome di Dante Oreste Luigi.  Il nome Oreste, che è quello col quale viene ricordato, gli fu mutuato dal casato della madre, ove quel nome è comune.
Come era Magliano quando Oreste venne alla luce? Non era più quello, certo, ancora feudale, in cui aveva trascorso la sua fanciullezza lo zio Berardo e neppure quello in cui erano nati sia il Cianciarelli che il Di Lorenzo. Si era ormai completata l'Unità d'Italia e anche i nostri centri incominciavano a risentirne gli effetti. Veniva istituita la scuola pubblica anche se a classi ridotte. Nel 1863 a Magliano decisero di abbattere la torre sovrastante la porta principale, simbolo, secondo l'espressione della delibera consiliare, dell'oppressione feudale.
 
Ma leggiamo che cosa scrive il già citato Nicola Marcone qualche anno dopo. "Il maglianese tiene moltissimo a credere che l'origine della denominazione del proprio paese venga dal maglio, che è l'istrumento indispensabile a tutti i mestieri, ed oggi, dal fondo delle diverse officine, lavora e manda in commercio paste eccellenti, candele steariche e di cera, colle forti ecc. Gli stessi mestieri in quel grazioso paesello s'innalzano all'altezza delle arti, perché vi si fanno le esposizioni e non è raro vedervi uno stivale lavorato a sorpresa, dal quale, calzandolo, scatti lo sprone e qualche volta il coltello e la forchetta o altri gingilli. E' una gara di lavoro, di operosità, di mutua assistenza. In una parola a Magliano nessuno è in ginocchio, ma tutti in piedi e vivi alla vita dei tempi.
 
A questo quadro idillico fanno certo contrasto le condizioni in cui erano costretti a vivere i lavoratori dei campi, ma queste diverranno veramente disagevoli alla fine del secolo e agli inizi del novecento. E' infatti in quest'ultimo periodo che forti ondate migratorie abbandoneranno il paese. nostro Oreste, quando lo zio Berardo moriva nel gennaio del 1878, aveva cinque anni, ma sicuramente i suoi avranno seguitato a parlargli di questo zio, che aveva conosciuto lo Zar di Russia, che era stato ricevuto da Ferdinando Il di Napoli e che grande fama aveva acquistato a Londra persino presso la Corte della regina Vittoria. Aveva intanto iniziato la sua attività Vincenzo Cianciarelli, e Tommaso Di Lorenzo si affermava, vincendo il concorso alla Regia Calcografia. 
 
Anche la musica veniva coltivata da alcuni appassionati. Veniva ricostituito il complesso bandistico, che venne poi premiato in una manifestazione ad Aquila. Il maestro e letterato Gustavo Giusti sarà direttore della "Tribuna" e il medico Vincenzo Giusti comporrà melodie sacre e profane, il poeta satirico Vincenzo Amicucci affinava le sue armi per scherzare con le sue sestine su amministratori comunali e personaggi caratteristici. In questo clima di vivacità culturale, Oreste, insieme ad un altro ragazzo che diverrà uno dei principali antiquari di Firenze, Achille Di Clemente, inizierà lo studio del disegno alla scuola di Vincenzo Cianciarelli. Questo primo apprendistato lo ricorderà sempre con gratitudine e nostalgia. 
 
La scuola del Cianciarelli, come spesso ricordava, era stata per lui fondamentale. In omaggio al vecchio maestro, che ormai era scomparso da tempo, ripulì e restaurò con molta diligenza il Martirio dei Santi Giovanni e Paolo. Passò quindi a studiare all'Accademia di San Luca e poté così entrare in contatto col mondo culturale della capitale. Non sappiamo quali fossero i suoi maestri. Certo dalla sua arte, specialmente per quanto riguarda composizioni con figure umane e di decorazione, possiamo dedurre che si trattasse di insegnanti accademici. Diversi invece gli influssi per nature morte e paesaggio. Ma di ciò parleremo fra poco.
  
Ora possiamo solo affermare che Oreste Amiconi, il cui periodo di formazione coincide con quello umbertino, rimase certo affascinato dalle mode che dominavano allora negli ambienti ufficiali, protese a dare alla capitale un volto degno della Nuova Italia. E a questa Roma egli rimase sempre legato. In una foto dei primi del Novecento, che l'artista gelosamente conservava nel suo studio, è ritratto insieme a Emilio Gallori, continuatore dell'opera iniziata dal Chiaradia e ad altri artisti romani, dentro il ventre del colossale cavallo in bronzo del monumento a Vittorio Emanuele II, prima che la statua, tanto discussa sotto l'aspetto artistico, venisse collocata sul grande piedistallo al centro del Vittoriano. Ciò a riprova che il nostro fu ben addentro alla vita artistica e culturale della capitale. 
 
La sua arte riscosse senz'altro successi se venne chiamato ad insegnare nel celebre Istituto di San Michele. Non conosciamo purtroppo le opere di questo periodo, facendo esse parte di collezioni private, non accessibili al pubblico. Sappiamo però che la sua opera fu molto richiesta anche per la decorazione di case patrizie e di edifici pubblici. Trattò un po' tutti i generi della pittura, dal paesaggio alla natura morta, dal ritratto alle grandi composizioni sacre e a vasti cicli decorativi. Quando, alla fine degli anni quaranta, io, allora molto giovane, ebbi la fortuna di entrare in contatto con l'anziano artista, egli soleva rammaricarsi di aver disperso energie in più generi. Pensava che avrebbe incontrato maggiori successi se avesse curato un solo genere. In realtà si trattava della insoddisfazione propria di quanti, avanti negli anni, hanno avuto dell'arte un concetto veramente elevato. Forse non ricordava una osservazione di Leonardo secondo la quale non è buono artista colui che è contento della propria opera. 
 
La verità è che, se Oreste Amiconi non è riuscito ad avere un posto nella storia dell'arte contemporanea, è perché non si è voluto adattare alle mode. Il suo carattere schivo, una certa timidezza propria del suo essere, il concetto che l'Arte consistesse nella perfezione e non nello sperimentalismo e nella novità a qualunque costo, lo tennero lontano dal travaglio esistenziale che non è solo dell'arte, ma di tutta una età, che brancola ancora nelle tenebre alla ricerca di nuovi ideali, che appaiono però come miraggi nel deserto per dissolversi al primo contatto con la realtà. Nella prima grande Rassegna d'arte, avutasi in Avezzano nel 1950, che segna l'inizio di quella che verrà definita "Scuola Marsicana", egli fu chiamato a far parte della giuria che doveva selezionare le opere da esporre. In quella occasione, in omaggio al vecchio Maestro, gli fu riservata una intera sala. Vi furono esposti: paesaggi, ritratti, nature morte, e una serie di acquerelli raffiguranti scorci di Magliano prima del terremoto. 
  
Ad Avezzano, del resto, Amiconi era noto da tempo per aver dipinto nel 1929 una grande pala d'altare, Il Battesimo di Cristo, che si trova nel catino absidale della chiesa di San Giovanni. Nel luglio del 1953 Oreste Amiconi lasciava l'Italia per raggiungere suo figlio in Brasile. Aveva ottanta anni e sapeva che questo viaggio sarebbe stato senza ritorno. Quando andai a salutarlo, ricordo che mi disse di sentirsi rammaricato di due cose: non veder valorizzato il sito del vecchio centro storico, sgombro dalle macerie del terremoto (temeva, anzi, che tutto si sarebbe compromesso con possibili costruzioni antiestetiche), e il disinteresse dei suoi concittadini per la sua arte. Avrebbe desiderato far dono alla cittadinanza di un suo dipinto per ornare la Sala consiliare del Municipio, ma nessuna Amministrazione si era degnata di richiederglielo. 
  
Eppure nei confronti della cittadinanza aveva degli indubbi meriti, primo fra tutti quello di aver decorato con arte e passione il Tempio votivo dedicato ai Caduti in guerra, dotandolo anche di una bella pala d'altare, La Pietà.
In Brasile, e precisamente a San Paolo, alla fine del 1953, espose alla Biennale alcuni suoi lavori. Uno di essi fu premiato da quel governo. L'anno successivo una sua personale fu organízzata a Santos nel Salone di Marmo del Parque Balmorio dall'Associazione culturale italo-brasiliana. Venne inaugurata alla presenza del console italiano e di numerose personalità brasiliane. Ebbe il plauso di tutta la stampa del luogo. 
  
Nel 1956, in occasione della mostra collettiva organizzata a Magliano nell'edificio delle Scuole elementari, già ricordata a proposito di Berardo, una sala fu riservata ad una retrospettiva di Oreste Amiconi. L'artista, informato da un suo amico, ringraziò con una lettera gli organizzatori non solo per l'esposizione dei suoi lavori, ma principalmente per aver voluto riportare alla memoria dei cittadini l'arte dello zio Berardo. Qualche tempo dopo, e precisamente nel 1958, l'artista si spegneva lontano dalla patria e dal suo paesello, che aveva tanto amato. Qualche anno prima aveva perduto la consorte, anche lei pittrice.
 
dal libro Berardo Amiconi e altri artisti di Magliano dei Marsi 

del Prof. Giuseppe Di Girolamo

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Oreste Amiconi
La Pietà 
Magliano dei Marsi
 

Oreste Amiconi
Il Cavalier Vincenzo Micangeli 
Collez. Micangeli
 

Oreste Amiconi
Via S. Maria delle Grazie
Magliano dei Marsi
Collez. Di Lorenzo

 

 

 

 

Cianciarelli

Vincenzo

 

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La vita.

 

Vincenzo Cianciarelli nacque a Magliano dei Marsi da Giovanni e da Domenica Di Clemente il 19 marzo 1846. Il padre, nato a Magliano nel 1801, anch'egli pittore ed ex-allievo dell'Accademia di San Luca, gli insegnò certo i primi rudimenti di disegno e di colore. Gli anni della sua adolescenza erano quelli stessi in cui da Londra giungevano a Magliano notizie dei successi di Berardo Amiconi. Tali notizie, unite all'esempio e all'ammaestramento paterno, dovettero invogliare il giovane a proseguire gli studi di pittura. Fu mandato infatti a Napoli nel Regio Istituto di Belle Arti, che si andava allora rinnovando sotto la direzione di Napoleone Altamura in conseguenza del Regio Decreto dell' agosto 1869. 
 
Tale decreto, firmato da S.E. il Ministro Correnti, richiedeva da parte dell'alunno anche la conoscenza delle altre arti, della storia dell'arte e della letteratura: " La cultura letteraria deve essere compagna dell'artistica ".
Dagli Atti di detto Istituto apprendiamo come nel concorso di fine anno relativo all'anno scolastico 1870-1871, il Cianciarelli si classificò al primo posto per la sezione Anatomia per Figuristi. Nello stesso concorso per la sezione Colorito di Figura si classificò al primo posto Antonio Mancini con l'opera Vestire gli ignudi. Durante gli studi il Cianciarelli fu amico intimo, oltre che del Mancini, anche di Francesco Paolo Michetti e di Vincenzo Gemito: artisti, questi, che dovevano poi raggiungere una rilevante notorietà, oltre che per gli indiscutibili loro meriti, anche per l'ambiente cittadino in cui vissero, certamente più favorevole di quello paesano, per l'affermazione della loro personalità artistica. Uno dei disegni che contribuirono alla conquista del primo premio (si tratta di una serie di nudi, vedi immagini) si conserva nella Sala consiliare del Comune di Magliano dei Marsi. 
   
Formatosi alla Scuola Napoletana, dove al momento dell'apprendistato dominavano, fra gli altri, Filippo Palizzi e Domenico Gigante, segui in special modo l'insegnamento del suo maestro, Domenico Morelli. Nel 1888 partecipò al Concorso regionale di pittura " Abruzzo e Molise ", tenutosi all'Aquila in occasione della inaugurazione del Palazzo delle Esposizioni. Vi partecipò con tre dipinti: Odalisca, Fine della mietiture, Lavorazione a mano dei mattoni. Fu premiato alla presenza di Re Umherto I, che si era recato ad Aquila per la cerimonia inaugurale dell'importante edificio. Se il primo titolo ci riporta ad una certa moda che imperava fin dagli inizi dell'Ottocento in Europa, gli altri due ci indicano le tendenze veriste del Cianciarelli. 
 
Erano questi ispirati alla vita delle nostre campagne e in special modo a quella del suo paese natio: la mietitura, con tutto quel fascino che poteva suscitare quando questo importante evento nella vita dei campi non era ancora determinato dall'avvento delle macchine, che invece già si spandeva nelle zone ad agricoltura avanzata; la lavorazione a mano dei mattoni, lavoro caratteristico di Magliano, ove molte erano le fornaci per la cottura dei mattoni prima che questa attività assumesse carattere industriale. 
 
La Fabbrica Laterizi Masciarelli entrerà in produzione solo nel I908. Nell'Accademia da tempo si predicava il verbo verista e lo studio dal vero. Basti sfogliare gli Atti sopra citati, per conoscere quali fossero i programmi e quali gli argomenti proposti nei concorsi: figura disegnata e modellata dal nudo, paesaggio dal vero, l'industria agricola, ecc. Del resto, abbiamo già visto studiando la vita e la formazione di Berardo Amiconi, come, fin dalla formazione di questi, si affermassero pittori che si rifacevano alla Scuola di Barbizon, come Filippo Palizzi e Giacinto Gigante. Ma se l'Amiconi ne fu poco in Auenzato, in quanto presto abbandonò l'ambiente napoletano, il Cianciarelli visse la sua formazione proprio mentre sia il Palizzi che il Gigante si trovavano nel pieno della maturità e notevole era il loro in Ausso sui giovani. 
 
 
È innegabile - scrive il Lavagnino - l'importanza che assume la personalità e l'azione di Filippo Palizzi nell'ambiente napoletano nel momento in cui, sulle orme di Domenico Morelli, i discepoli di quest'ultimo (e il Cianciarelli fu uno di questi) vorranno trasferire il loro interesse su un piano piu elevato. 
  
Allora il vecchio maestro artigiano, con la sua arte modesta di piccole proporzioni e i suoi petulanti richiami alla realtà, rappresenterà per questi artisti, oltre che un freno, un ancoraggio sicuro (1). Certo, l'influsso maggiore il Cianciarelli lo ricevette dall'arte di Domenico Morelli. Questi, formatosi alla scuola di Camillo Guerra, non era stato insensibile all'ammaestramento di Giuseppe Mancinelli, che lo indirizzò verso il colorire storico. Nella maturità il suo dipingere poetizzato lo farà riconoscere ufficialmente come il primo pittore del suo tempo. 
 
La critica di oggi non è più di questo parere. Comunque, per quel che ci riguarda, è questo il periodo in cui il Morelli insegnava all'Accademia e dell'apprendistato di Vincenzo Cianciarelli. Purtroppo i successi scolastici e i primi nel campo della professione non l'invogliarono a seguire la difficile strada dell'arte. Contrariamente all'Amiconi dal carattere inquieto e amante dell'avventura e del rischio, il Cianciarelli preferì tornarsene nel suo paese per alternare le cure dell'arte con quelle più modeste, ma più tranquille, della conduzione di una piccola azienda agricola. Partecipò anche alla vita amministrativa del suo Comune più volte come consigliere e come assessore. Esercitò quindi la sua attività artistica solo nell'ambito locale. 
 
Non abbiano notizie di suoi lavori fuori dell'area abruzzese. Conosciamo solo un lavoro, La peste di Milano, che si trova a Torre del Greco nella cappella privata dei Santoponte Senese. Per lavorare con maggiore tranquillità, cosa questa che dimostra la sua preferenza per la campagna, si fece costruire un casale in una zona solatia ed in dolce declivio, lontano dal centro abitato. Era costituito nella parte superiore di un'ampia stanza con caratteristiche idonee a uno studio di pittore: rilevante altezza, appropriata illuminazione e corredata dell'attrezzatura necessaria. 
 
I lavori che di lui rimangono, visibili al pubblico, sono: il Martirio dei Santi Giovanni e Paolo (figg. 19 e 20), attualmente nella chiesa dedicata ai caduti, San Giuseppe artigiano (fig. 21) in Santa Maria ad Nives, l'Adorazione del Santissimo Sacramento nella stessa santa Maria ad Nives in Magliano dei Marsi (figg. 22 e 23), Le Anime Sante del Purgatorio nella chiesa parrocchiale di San Donato di Tagliacozzo (fig. 24), la Madonna con San Giovanni Battista nella chiesa parrocchiale di Forme di Massa d'Albe (fig. 25), Sant'Antonio di Padova in casa Cianciarelli in Piazza della Repubblica a Magliano (fig. 26). 
  
Esegui anche ritratti molto belli e riusciti, fra i quali quello del padre Giovanni andato perduto forse a causa del terremoto del 13 gennaio 1915. Il Ritratto di Modesta Micangeli (fig. 27) fu esposto nella grande Mostra della vita del Mezzogiorno tenutasi a Roma nel Palazzo delle Esposizioni nel 1953 e riscosse il plauso dei visitatori e della critica. Molto richiesta fu la sua opera per la decorazione di chiese e palazzi privati e pubblici nella Marsica, ma purtroppo questi lavori, insieme agli edifici che li ospitavano, sono andati perduti nel terremoto su ricordato. Qualcosa si conserva nella chiesa di San Donato. Nell'alto dell'abside ci sono raffigurati i profeti Geremia e Isaia in atteggiamenti ispirati (figg. 28 e 29). 
 
Ci si nota però una certa fretta nella esecuzione. Col terremoto del 1915 doveva perdere la vita anche il nostro artista, travolto dalle macerie della sua abitazione, che sorgeva nel centro storico di Magliano e che fu letteralmente cancellato dal grave sisma, insieme alla monumentale chiesa di Santa Lucia. Questa verrà ricostruita negli anni 1934-1937. Non risorgerà più però il vecchio centro storico. Sul suolo di una parte di questo c'è oggi il belvedere, ricco di verde, dedicato proprio al nome di Vincenzo Cianciarelli, a ricordare ai cittadini un'epoca storica veramente emblematica per la vita civile, perché ricca di cultura e di arte. 
    
Note
(1) E. Lavagnino, L'arte moderna (UTET, Torino 1956), pp. 705-706. 
 
dal libro Berardo Amiconi e altri artisti di Magliano dei Marsi

del prof. Giuseppe Di Girolamo
 
 

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Vincenzo Cianciarelli,
Ritratto di Modesta Micangeli
Roma
collez. Micangeli
  


Vincenzo Cianciarelli,
Nudo

  


Vincenzo Cianciarelli,
San Giuseppe artigiano
Magliano dei Marsi
chiesa S. Maria ad Nives

  


Vincenzo Cianciarelli,
Adorazione del 
SS. Sacramento
Magliano dei Marsi
chiesa S. Maria ad Nives

 

 

 

Di Girolamo

Giuseppe

 

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Vita ed opere

Nato a Magliano Dei Marsi il 9 Marzo del 1925, muore  il 24 Febbraio 2004.  

Ha studiato presso il seminario diocesano di Avezzano, il seminario regionale di Chieti, per poi laurearsi presso l’Università “La Sapienza” di Roma in Lettere Antiche. 

Ha insegnato presso il Liceo classico ,  gli Istituti Tecnici, e le Magistrali di Avezzano e le Scuole Medie di Magliano dove per diversi anni è stato anche il Preside.

 Amministratore  e Sindaco del suo paese per oltre 25 anni.

 Personalità poliedrica  si è  dedicato a  ricerche sulla storia e  le tradizioni locali,  alla pittura, alla musica, mettendo sempre le sue capacità   a servizio della sua comunità.

Dall'anno 2009, su proposta del Preside Prof. Sante Lustri, l'Istituto Comprensivo di Magliano dei Marsi porta il suo nome.

 Pubblicazioni

  1.  Storia e Significato di una festa. XX Ottobre 1860 – Magliano Dei marsi 1983

  2. Un popolo in cammino – La parrocchia di Santa Lucia dal 1978  al 1992 –Magliano dei Marsi 1993.

  3. La Chiesa di Santa Lucia  in magliano dei Marsi – Edizione dell'Urbe 1987

  4. Berardo Amiconi e altri artisti di Magliano Dei marsi – Edizione dell’Urbe 1997

  5. Il Gioco del Cacio  un tuffo nel passato   a cura del Comune di Magliano

  6. La banda Musicale di Magliano Dei Marsi – memoria ed attualità a cura del Comune di Magliano

  7. Suor Teresa Lattanzi – Una vita al servizio della Comunità – Magliano 1994

  8. n 2 drammi teatrali: “”Camillo” e “La tragedia del Castello di Carce” quest’ultimo rappresentato  a Magliano il 17 e 18 Agosto 1974 ( vedi il tempo d’Abruzzo 21 Agosto 1974)–.

  9. Lascia ai posteri la pubblicazione del libro " La storia di Magliano dei Marsi e della sua Comunità dalle origini ai nostri giorni"

Promuove e cura  la pubblicazione dei seguenti lavori: 

 

  1. Gaetano Minicucci  - "Racconti e poesie" con presentazione di Giuseppe Di Girolamo –stampato a cura dell’associazione ricreativa culturale  per anziani di magliano dei Marsi –Novembre 2001

  2. Virginia Cianciarelli – "E’ autunno nella mia casa" – Edizione dell’Urbe 1991- con un saggio di Giuseppe Di Girolamo.

  3. Dizionario Maglianese Italiano  con nozioni di grammatica e Antologia – stampato in proprio dalla Biblioteca Comunale di Magliano nell’anno 2000.

  4. "Poesie" di Don Augusto Orlandi  con presentazione di Giuseppe di Girolamo –1974.

  5. "Il Lampione Antico"  di Pietro Luce – Edizione dell’Urbe 1987 – Presentazione del Prof Di Girolamo

  6. “ La mia città”. Citato  nelle bibliografie di diverse opere di storia marsicana e abruzzese, è stato realizzato nell'ambito di una attività interdisciplinare della Scuola Media nell'A.S. 1972/73

Dipinti

  1. La Cena di Emmaus – Trittico di grandi dimensioni  donato alla Parrocchia di S. Lucia di Magliano  -  si trova presso la chiesa dedicata ai caduti di tutte le guerre -

  2. La “Madonna del Ravone” –Pala d’Altare – 1985 -  donato alla Comunità Parrocchiale di Magliano e posto presso la Chiesetta degli alpini in località “Ravone”

  3. “IL buon Samaritano” donato alla Comunità parrocchiale di Magliano  - sala Confraternita di misericordia – Dipinto di grandi dimensioni

  4. “Petronilla Paolini” donato al Comune di Magliano – Sala Consiliare

  5. “Torre di Padellari" – L’ultima torre di Magliano Antica” donato al Comune di Magliano  - Sala Consiliare

  6. “Don Gaetano Tantalo”, donato alla Parrocchia di S. Lucia sala parrocchiale.

  7. Numerose  opere  sono in possesso della sua famiglia e di amici .

  8. "I misteri del Rosario" - Quindici tavole in marmo nero realizzate con la tecnica del graffito – donate alla comunità di Magliano e poste in teche  lungo la strada che sale sulla collina del “Ravone” a cura del Gruppo Alpini

  9. "Magliano d’altri tempi" – Venti acqueforti in cui sono ricostruiti  paesaggio, scorci, angoli di Magliano prima del terremoto del 1915, con commento poetico di Teodoro Macioci e presentazione di Mario Pomilio.

  10. “Il Cardinale Corrado Bafile"” ritratto eseguito su commissione in occasione del 100° compleanno del prelato – Pinacoteca S. Maria in Portico Roma

Composizioni musicali.

"Ninna Nanna" 1958

"Ave Maria" 1946

Messa " Et Resurrexit" a tre voci pari

Messa "In Nativitate Domini" a tre voci machili

"Nel sorriso del cielo" 1950

"Veglianti cime dei monti " per baritono e pianoforte

"Venite" - Introito dall'opera "La Desolata"

"Gerusalemme Ingrata" - dall'opera "La Desolata"

"Commiato" - dall'opera "La Desolata"

"Nuovo Innno a Santa Lucia"

"Sanctus" a 4 v dispari

"Ave Maria"  a 4 voci dispari

"Giugno 1976" marcia per banda

"Madonna del Ravone" - canto popolare

"Santo"  popolare

"La marrocca roscia" - canto folkloristico su parole di Guido Amiconi

Cosi  Teodoro Macioci descriveva il Prof Giuseppe di Girolamo in occasione della presentazione critica di una mostra di pittura:

 Chi è Peppino Di Girolamo? Non è più il Sindaco di questo Paese, non è più l’insegnante e poi il preside della locale scuola media. Non è più il politico abile e accorto, non è più l’animatore dei cori della Chiesa di S. Lucia.  Alla soglia dei 70 anni non è più nulla di tutto questo, ma, lentamente, in tanto tempo di multiforme attività, è divenuto la memoria storica di Magliano. Egli è una persona diversa, in controtendenza  rispetto al costume imperante. … Egli ha raccolto, con infinita pazienza i fatti, gli accadimenti, anche minimi, di questo nostro paese, facendone splendido dono a noi e alle generazioni future. E’ il testimone della nostra cultura indigena. E’, forse, l’involontario autore di una ricerca antropologica sull’uomo maglianese, come era, come è, come potrà essere. E per far questo si è servito e si serve di varie forme epressive, dalle lettere, alla pittura, alla musica ....”              

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Stampe

 

 

 

Di Lorenzo

Tommaso

 

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La vita e le opere

Mi si permetta qualche parola sul Di Lorenzo, su questo validissimo artista che onora, nonché il suo paese natío, l'Italia, del quale è lecito discorrere con ammirazione schietta e sentita senza tema che l'amicizia o la predilezione regionale facciano velo alla serenità dei giudizi. 
D'altra parte il Di Lorenzo è cosí conosciuto ed apprezzato nel campo delle arti belle, che delle povere lodi non ha bisogno, né io saprei mai dargliene tali da superare o almeno in parte adeguare i meriti suoi. Egli con moltissimi altri prese parte al concorso bandito dal Ministero della Pubblica Istruzione per la continuazione dell'Eliodoro di Raffaello: si trattava di una lastra in rame, lasciata incompleta dal celebre Raimondi.
 
Vinse la gara e il discepolo superò il maestro. Né si creda esagerazione codesta: il confronto è là sul rame, facile a farsi tra l'uno e l'altro lavoro. In quello del Di Lorenzo non si ammira soltanto la linea riprodotta con esattezza e precisione incredibili, ma il sentimento, l'anima dell'originale. (...) Gaio e svelto come quasi tutti gli artisti, senza pretese, anzi modesto, benché a mezzo del cammino della vita. 
 
Chiunque l'avvicina lo ama ed augura a lui e all'Italia nuovi trionfi". Cosí ci presenta Tommaso Di Lorenzo un suo contemporaneo, Nicola Marcone, nel libro Viaggio al Lago dei Marsi e suoi dintorni, edito a Roma nel 1886. Tale ritratto coincide con quanto dicevano del Di Lorenzo i nostri nonni, che lo avevano conosciuto. Nacque a Magliano il 19 ottobre 1841, da una famiglia che aveva dato e darà all'Italia generali e uomini di cultura. Lo scrittore contemporaneo Mario Pomilio è suo pronipote per via materna. 
  
Studiò a Roma, dove esisteva ancora una lunga tradizione che risaliva al Rinascimento A cui massimo esponente fu proprio quel Raimondi del quale Di Lorenzo prosegi l'opera. A Roma trascorse gran parte della sua esistenza e qui si svolse la sua attività, stimato e protetto da politici, uomini di cultura, papi. Come ricorda Marcone nell'opera succitata, il Di Lorenzo conservava gelosamente una copia della Comunione di San Gerolamo del Domenichino, eseguita da lui a pastello, con l'autografo di Pio IX. Durante una udienza concessa all'artista il Papa vi aveva scritto di sua mano:  "0 Doctor optime, Ecclesiae lumen, deprecari pro nobis". A Roma per diversi anni diresse la Regia Calcografia, per la quale eseguì lavori che ornano ancora sale ed uffici di palazzi pubblici. 
 
Trascorreva lunghi periodi dell'anno anche al suo paesello. Poté quindi partecipare alla vita amministrativa di questo centro, divenendo promotore di iniziative e attività culturali. Quando si decise a Magliano di dotare la chiesa di Santa Lucia di campanile, fu Tommaso Di Lorenzo a fornirne il disegno, che egli cercò di armonizzare con lo stile del tempio, senza però rinunciare alla originalità. A tutt'oggi questo è il píú bel campanile della Marsica. Curò la ristrutturazione del Palazzo Fiorani-Di ClementeD'Eramo, che sorgeva nella Magliano alta, accanto al Palazzo Masciarelli. Ornò con graffiti palazzi pubblici e luoghi sacri. Sono da ricordare il prospetto del Teatro comunale di Avezzano, andato distrutto nel terremoto del 1915; la facciata della cappella gentilizia di D'Alessandro-Tavani nel Cimitero di Magliano, deteriorata dal tempo; il graffito L'Arca di Noè in un vecchio edificio di Largo San Rocco. Quest'ultimo, esposto alle intemperie, gradatamente ha perduto il colore ed è oggi irriconoscíbile.
  
Secondo il racconto dei nostri maggiori non c'era festa, non c'era cerimonia che non vedesse come protagonista Don Tomassino. Disegnò un catafalco monumentale per la cerimonia funebre di Pio IX; creò, in occasione del carnevale, maschere e carri allegorici. E' rimasto famoso il grande corteo allegorico allestito per ironizzare sulla lentezza con cui proseguivano i lavori per la costruzione della ferrovia Roma-Sulmona. L'artista immaginò dei carri ferroviari trainati da una immensa tartaruga, mossa lentamente da giovani nascosti sotto la macchina. Fra le opere calcografiche sono da ricordare: La Madonna del sacco di Andrea Del Sarto, La Sibilla Persica di Michelangelo, L'Erodiade di Guido Reni, la già ricordata Comunione di San Gerolamo del Domenichíno, La Carica dei Carabinieri del De Albertis, Torquato Tasso ed Eleonora del Morelli, Il Consiglio dei Dieci del Celentano.
  
Fra i lavori originali sono da ricordare: il ritratto di Vittorio Emanuele principe di Napoli, quello bellissimo della regina Elena, il ritratto di re Fuad d'Egitto, l'autoritratto. A carboncino eseguì il ritratto di un suo nipote, don Mario Di Lorenzo, sacerdote e uomo di vasta cultura, scomparso in età giovanile. 
In collaborazione con Moneta, Bassani, Mancucci, Massaris, Ortis e Denel eseguì composizioni per l'illustrazione del Messale Romano. Morí a Roma nel 1922. L'Amministrazione comunale di Magliano gli ha dedicato una via cittadina.

 dal libro Berardo Amiconi e altri artisti di Magliano dei Marsi

del prof. Giuseppe Di Girolamo
 

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Altre Opere

 

 

D'Alessandro

Fulgenzi

Pia

 

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Nata a Magliano dei Marsi è residente in Avezzano. Diplomata all'Accademia di Belle Arti di L'Aquila con una tesi innovativa sull'Emancipazione della linea dai Preraffaelliti alla Pop Art, insegnante per molti anni, sposata giovanissima e madre di tre figli, riesce comunque a ritagliarsi il tempo per l'attività artistica e per una ricerca personale seria e costante. Pittrice e poetessa, pubblica la sua prima raccolta di versi nel 1985, dal titolo Schiara ed annuvola (Premio di poesia "Cinque Terre 85 " e "La Spezia 86"), nel 1992 pubblica la seconda raccolta di poesie: "Fiori di fiamma" di cui esegue anche le illustrazioni interne e la copertina. E' presente in molte antologie anche per la narrativa. Contemporaneamente espone in mostre collettive e personali:
Velletri 1979 Mostra giovanile Ateneo Salesiano 

 

 dal libro Berardo Amiconi e altri artisti di Magliano dei Marsi

del prof. Giuseppe Di Girolamo


Hanno scritto di lei: Ermanno Circeo, Emidio Di Carlo, Giuseppe Di Girolamo, Francesco Di Gregorio, Vittoriano Esposito, Leonello Farinacei, Sergio Iacobini, Francesca letta, Francesco Muzi, Fabio Mauri, Ugo Maria Palanza, Giovanni Pscihedda, Anna Ventura.
 

 

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Le fate scolpite - acrilico e olio su tavola - 2002 (60x85)

 

 

 

 

 

 

Garbellini

Sergio

Autore di varie raccolte di poesie (tra cui : LA VITA E' DONNA, L'ALDILÀ', LE MIE POESIE ecc. caratterizzate da uno stile popolare, del tutto personale, con tendenza alla razionalità, per meglio illustrarne gli aspetti interiori ed esteriori dell'animo umano, ma, soprattutto, prive di ermetismo) annovera, sempre in ognuna di esse, un qualcosa di particolare che è parte integrante dei suoi concetti poetici, analizzando in modo profondo le sensazioni, le speranze, i problemi, le esperienze, le delusioni ed i desideri di ognuno di noi.

I brani non vertono sulla classica sublimazione di cui, molto spesso, si servono i poeti nel decantare le loro ispirazioni, ma hanno una propria fisionomia che rispecchia fedelmente il linguaggio unico dell'Autore nell'esporre fedelmente l'interiorità dell'animo in rapporto alla vita sociale e sentimentale delle persone.

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Giusti

 

 Nicola

 

Nato a  Magliano nel 1886 fu iniziato allo studio della divina arte dei suoni dal genitore, Dr Vincenzo, che, valentissimo dilettante, seppe inculcare nell’animo sensibile  del suo bambino  l’amore per la musica. Il M° Giusti studiò armonia e contrappunto presso la Regia Accademia di Santa Cecilia, con il M° G.  Setaccioli ma  fu costretto a troncare gli studi per la morte del papà. Riprese gli studi più tardi, sotto il M° P. Riverso, insigne compositore  della severa scuola napoletana. Ha al suo attivo diverse composizioni di musica da sala e musica sacra. Compose numerose brani per banda per i quali ricevette prestigiosi riconoscimenti tra cui un Gran Diploma  d’onore e Croce d’Argento per la composizione: Alba di Festa.

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Alba di Festa

 
 

 

Guadagnolo

Padre

Filippo

 

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Nacque il Guadagnolo a Magliano nel 1596, si ignorano il giorno ed il mese, nonché i nomi dei genitori. Ancor fanciullo entrò nell'Ordine dei Chierici Regolari Minori, ordine fondato nel 1588 da S. Francesco Caracciolo con Bolla di Sisto V nel clima di rinascita del Cattolicesimo ad opera del Concilio di Trento. Fu accolto da principio nella Casa di S. Maria Maggiore di Napoli, da cui passò a Roma nella Casa di S. Lorenzo in Lucina, dove professò i voti solenni il 31 maggio 1612. Attese allo studio delle Sacre Scritture e delle lingue orientali antiche e moderne sotto la guida di illustri maestri quale Girolamo Arbrisío, discepolo del grande Suárez.
  
In occasione della fondazione della Congregazione De Propaganda Fide e precisamente nel 1622, il nostro fu chiamato da Papa Gregorio XV a cooperare con altri dottissimi personaggi alla traduzione della Bibbia in lingua araba. Terminato il corso degli studi fu messo dai superiori ad insegnare la Lingua Araba nelle Scuole dell'Istituto. 
Partecipò con dottrina ed urbanità alla polemica con un illustre studioso persiano, di nome Ahmed. Questi, allo scopo di confutare il contenuto di un libro dello spagnolo Padre Girolamo Saverío dal titolo Speculum verum ostendens, aveva composto il Politor Speculi. Il Papa Urbano VIII, informato dalla Curia dell'esistenza e dei contenuti di un tale libro, che cercava di stroncare molte verità della Fede Cristiana, dette incarico al Guadagnolo di controbattere le tesi del Persiano. 
 
Il nostro si mise subito al lavoro e compose l'opera Apologia pro Gristiana Religione, che fu stampata con dedica a Papa Urbano VIII per i tipi di Propaganda Fide Secondo le memorie del tempo fu tale l'efficacia del lavoro del Guadagnolo che non solo il dotto persiano rinnegò la propria fede per convertirsi al Cattolicesimo, ma lo seguirono in questa strada anche molti altri correligionari. 
Lo stesso Urbano VIII, rivolgendosi al Guadagnolo, così si espresse: " Ogni giorno sono informato dalla Persia dei grandi frutti di conversione di anime alla Fede Cattolica per causa della vostra opera. Dicono che l'opera è scritta dalla penna di un Angelo ".
  
Nel 1642 pubblicò una Grammatica della lingua araba, strumento necessarissimo in un'epoca in cui era fortemente sentita l'esigenza missionaria di penetrazione nel mondo orientale.
Nel 1645 Papa Innocenzo X lo nominava Professore alla Sapienza con l'incarico di Lettore di Lingua Caldaica, attività che svolse per un decennio. Nel 1649 veniva stampata la traduzione araba della Bibbia, opera che senz'altro è da attribuire al Nostro, essendo nel frattempo mancati tutti i collaboratori. Il lavoro infatti si era protratto per ben 27 anni. 
Del resto lo stesso Guadagnolo, nel presentare l'opera ai Cardinali di Propaganda Fide, poté dichiarare: " Offro al Sacro Senato dell'Eminenze Vostre, dopo assidui lavori di 27 anni dal 1622 al presente 1649, la versione araba della Bibbia dalla Nostra Volgata Latina da me fatta per Vostro Ordine ".
  
Nello stesso anno pubblicava Considerationes adversus Maumettanos. Fu, tra l'altro, Procuratore Generale del suo Ordine, carica alla quale adempì con assiduità ed intelligenza. 
Il 14 marzo 1656 recitò un discorso in lingua araba alla presenza della Regina Maria Cristina di Svezia. Fu l'ultíma sua comparsa: colpito dalla peste, che in quell'anno infieriva in gran parte d'Italia, morì il 27 dello stesso mese. 
Per ricordarne la memoria i nostri antichi gli dedicarono una via cittadina. Scomparsa questa nella ristrutturazione urbanistica, seguita al terremoto del 13 gennaio 1915, oggi è dedicata al nome del Guadagnolo la Scuola Media Statale. 
I Chierici Minori di S. Lorenzo in Lucína, all'ingresso della loro casa, eressero al Guadagnolo un monumento con epigrafe, nella quale ne veniva sinteticamente ricordata l'opera.
 

dal libro "La chiesa di Santa Lucia in Magliano dei Marsi"

del prof. Giuseppe Di Girolamo

 

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Laurini

Virginio

Emanuele

 

 

 

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Virginio Emanuele Laurini, scrittore ed autore di testi scolastici per le scuole elementari.Nasce a Magliano de' Marsi (Aq), il 12 gennaio 1907. Rimasto in tenerissima età orfano di padre, viene messo in collegio presso i salesiani di Villa Sora a Frascati (RM) dove consegue a 15 anni il diploma di maestro. A 16 anni vince la sua cattedra e comincia ad insegnare in uno sperduto paesino del parco nazionale d'Abruzzo, Villavallelonga (Aq). Ritorna presto al suo paese natio dove prosegue la sua missione di insegnante elementare. Ancora lo ricordano i più anziani del paese come maestro di provata capacità, di elevata cultura e di estremi estro e fantasia. Estro e fantasia che lo portano ben presto a scrivere in prosa ed in versi sopratutto per gli alunni delle elementari. A fine anni 30 si trasferisce a Roma dove continua ad insegnare e comincia a pubblicare qualcosa dei suoi lavori. Nel '48 arriva il gran successo editoriale del libro di lettura per le scuole elementari "Amore e Lavoro" che incontra il grande favore di tutte le scuole del territorio nazionale, affiancato in rapida successione dai libretti per le vacanze dal titolo appunto "Liete vacanze". Chiusa nei primi anni '50 questa attività letteraria per la produzione di testi scolastici, i suoi interessi spaziano in altri campi, sempre ovviamente nell'ambito letterario. Di lì a poco scrive una monografia sulla poetessa maglianese Petronilla Paolini del '600 che ebbe riconoscimento e premio dalla presidenza del consiglio dei ministri. Scrive anche romanzi per ragazzi, una commedia intitolata dapprima "Come suo nonno" e poi "Addio Montecitorio", testi per canzoni di musica leggera (ha partecipato più di una volta al festival di Ortona al mare in provincia di Chieti). Membro della "Nuova Arcadia" romana scrive innumerevoli poesie ma soprattutto una trasposizione in versi della celebre favola di Pinocchio. Continua parallelamente il suo lavoro di insegnante non più nelle scuole elementari ma nelle scuole medie essendosi da tempo laureato in materie letterarie. Muore a Roma il 7 maggio 1971.

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Ninna nanna popolare

 

 

 

Minicucci

Nino

 

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La vita.

"Un grande ai più sconosciuto" lo definisce il Maestro Davide Gualtieri nell’Omaggio che Il Loggione dedica a Nino Minicucci a quattro mesi dalla sua scomparsa. Gualtieri aveva particolarmente presente la voce prodigiosa e autentica che cantava e recitava per commuovere ed esaltare, che egli aveva potuto esperimentare avendolo avuto stretto collaboratore nella messa in scena di lavori teatrali nel programma dell’IRTEM. A distanza di un decennio dalla morte, avendolo conosciuto fin dall’infanzia e sapendo i suoi interessi per la poesia e per la narrativa, ho sentito il bisogno di scartabellare fra le sue carte, messemi gentilmente a disposizione dalla sua signora, nella speranza di rinvenirvi cose che fossero degne di essere tramandate, sia come testimonianza dell’uomo nella sua personalità più profonda con i suoi affetti, le sue aspirazioni, le sue speranze, sia come patrimonio comune di umanità per valori estetici e contenutistici da tramaridare alle future generazioni. 
  
La presente raccolta, che, penso, riuscirà gradita alla cittadinanza di Magliano, ha avuto origine da questo desiderio. Da aggiungere inoltre che la figura di Nino Minicucci, ricca sotto molteplici aspetti, come diremo in appresso, va ricordata per aver dato lustro alla nostra terra Nacque Gaetano Minicucci a Magliano Dei Marsi in provincia dell’Aquila il 18 dicembre 1942.
Trascorse la sua infanzia nella tenuta di San Biagio dei baroni Masciarelli, dove il padre viveva con la sua famiglia quale uomo di fiducia del proprietario. Questa circostanza riveste particolare importanza perché ha molto influito sulla formazione del carattere ed ha costituito un continuo richiamo durante tutta la vita. Tutti i suoi racconti sono ambientati in questo paesaggio agreste lontano dai centri abitati, solcato dal fiume Salto. Qui si svolse la sua fanciullezza, lungo le rive del fiume sostava meditabondo, all'ombra dei salici sentiva il richiamo della natura, che gli parlava di Dio. "Guarda un fiore, un filo d'erba, una stilla di rugiada baciata dal sole e poi dimmi che Iddio non è Onnipotente." La sua religiosità, accanto all'amore per la poesia, nasce proprio qui per divenire adulta nel collegio di Don Guanella, dove compirà i suoi studi liceali. Una volta lontano dalla sua terra vi ritorna col pensiero e quei luoghi costituiscono l'ambiente in cui prendono corpo quei personaggi solitari e rudi sui quali grava l'ombra di un destino crudele. 
 
La maggior parte dei racconti nascono, in collegio, allorché il giovane artista si astrae dai suoi compagni, per inseguire i fantasmi che vanno popolando la sua fantasia. Rientrato nella vita civile, dopo qualche anno trascorso nel paese natio dove tuttavia ha il tempo di esperimentare le sue qualità di attore, vince il concorso alle Poste e prende servizio in un paese del Varesotto come ufficiale postale. Qui scopre definitivamente la sua vocazione al teatro, impegnandosi nelle ore libere dal lavoro, ed entra a far parte negli anni 1972-74, della Compagnia del Teatro Stabile di Como. Partecipa come attore alla messa in scena di "Un Sorso di Terra" del premio Nobel, Heinrich Boll. Successivamente negli anni, che seguono, esperimenta anche la regia e come regista e attore fa parte di compagnie che operano nell'Hinterland Milanese e mettono in scena "Il Re rnuore" di Ionesco, Finale di Partita di S. Becket, L'annuncio a Maria di P. Claudel. 
 
Tornato nella nostra terra per trasferimento, ha modo di collaborare con l'IRTEM di Avezzano. Inizia allora la collaborazione col maestro David Gualtieri e col giovane poeta maglianese, Angelo Scipioni. Frutto di tale collaborazione è la messa in scena per la stagione 1984 di "Attorno a un fuoco" di Angelo Scipioni, musiche di Davide Gualtieri. La rappresentazione ottiene grande successo e fa conoscere al pubblico dell'Abruzzo la grande carica drammatica e le qualità canore del Minicucci. Nella stagione 1988 un'altra opera di Angelo Scipioni con musiche di Gualtieri La Messa della Beata Voce. vede il Minicucci regista e attore principale nelle vesti di re David. 
  
Il successo è strepitoso e permette all'opera di varcare i conf'ini regionali. Il 22 agosto del 1988 un Recital di poesie del novecento entusiasma la cittadinanza avezzanese che gremiva l'arena di via Corradini. Degno di ricordo lo spettacolo allestito in occasione delle Celebrazioni del cinquantenario della ricostruzione della Chiesa di Santa Lucia in Magliano, Il testo ideato e scritto sempre da Angelo Scipioni sotto il titolo di "Il Bando di Santa Lucia", fu rappresentato sotto la regia del Minicucci, che ne fu anche attore principale. Da ricordare ancora la sua interpretazione di due radiodrammi. La festa del XX ottobre e Lucia Vergine Siracusana, testi dello scrivente. Si conservano registrati su nastro magnetico. Come cantante baritono non va dimenticato il Concerto tenutosi a Scurcola in omaggio al maestro Vincenzo Di Giorgio nel 1986 in unione a Francesco Di Girolamo, pianoforte, Marco Di Girolamo, clarino. Organizzà anche una serie di spettacoli per ragazzi. Notevole Il Grillo Parlante del 1989, che lo vide sceneggiatore, regista e attore. Coinvolgente la sua interpretazione del personaggio collodiano di Mangiafuoco. Ma a Magliano è ricordato in special modo per il Canto della Desolata, che si ripete ogni anno la sera del Venerdi Santo. 
 
Le sue interpretazioni specialmente del "Venite" e di "Ecco le mura" e dello "Spiro" rimangono indelebili nella mente dei Maglianesi. Potremmo a tal proposito ripetere le parole che il maestro Gualtieri scrive a conclusione dell'Omaggio del Loggione, ricordato di sopra: La tua voce prodigiosa e autentica ha cantato e recitato per commuovere ed esaltare. 
  
E ancora adesso e forse per sempre nel vento, nell'aria, nelle montagne e nei boschi di questa terra rimarrà l'eco di quel grido che tu hai seminato nell'arte e nella vita. Voce di un grande ai più sconosciuto. Purtroppo tanto fervore di iniziative, tanto ardore nell'esprimere la forza irrompente che scaturiva dalla sua anima, si dovevano improvvisamente spegnere la mattina del 27 maggio 1990. Fu una perdita certo per la sua famiglia, lasciava oltre alla sposa due figlie men che adolescenti, ma una perdita incolmabile fu anche per la vita cittadina. Si spegneva una voce ma con quella voce cadevano nel nulla anche molte iniziative culturali. Magliano rimase più povero. 
 

Testi tratti dal libro Racconti e poesie

del Prof. Giuseppe Di Girolamo
 

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Pietrangeli

Antonio

 

 

 

 

 

 

 

 

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(Roma, 1919 – Gaeta 1968)

 Chi era Antonio Pietrangeli? Si potrebbe dire senza esagerare, un pezzo importante del mosaico cinematografico di quel fervido periodo degli anni ’50 e’60 .

E sarebbe stato certamente piu’ famoso al grande pubblico se un incidente di mare non lo avesse stroncato all’età di  49 anni, mentre girava il suo ultimo film “Come, quando e perché”.

Pochi sanno che Antonio Pietrangeli è di origini maglianesi: figlio di un ingegnere maglianese (ideatore del municipio di Magliano, delle scuole elementari e di altre opere importanti nella capitale), vive a Roma, dove si laurea in medicina alla giovane età di 23 anni  (laurearsi prestissimo è una tradizione nella sua famiglia).

Pur avendo conseguito brillantemente questo traguardo, Antonio cede ben presto alla passione per il cinema: si dedica inizialmente al giornalismo cinematografico, collaborando a numerose testate (“Cinema”, “Bianco e nero”, “ Si gira”, “Star”); partecipa poi alla sceneggiatura di  pellicole quali   “Ossessione” di Visconti  e  “Europa ‘51” di Rossellini.

Esordisce dietro la macchina da presa con Il sole negli occhi (1953), malinconica vicenda di una cameriera, dove si preannuncia quella che sarà una costante del suo cinema, la predilezione per i ritratti femminili. Sceglie di continuare il suo percorso artistico seguendo la strada della commedia: gira Lo scapolo (1955), con Alberto Sordi e Nino Manfredi e Souvenir d’Italie (1956), commedie ricche di annotazioni di costume.

Eppure, la sua vena migliore deve ancora rivelarsi:  Nata di Marzo (1957) e Adua e le  compagne (1960) lo restituiscono ad un tempo vigoroso narratore e fine cesellatore di psicologie.

E comunque, Pietrangeli non si stanca mai di percorrere nuovi generi e linguaggi: la commedia fantastica (Fantasmi a Roma, 1960) o la satira sociale (Il magnifico cornuto, 1964), con Ugo Tognazzi e Claudia Cardinale.

Le opere migliori rimangono però quelle in cui il regista si propone come osservatore attento della realtà e scandagliatore dell’animo umano: così in La Parmigiana  (1962), con Catherine Spaak, affresco di una malinconica provincia e in La Visita ( 1963), con Sandra Milo.

È nel 1965 che Pietrangeli firma il suo capolavoro, Io la conoscevo bene (1965): analisi acuta di una giovane donna, attratta dal mito del benessere e della fama, che compie il suo disilluso percorso, fino ad una tragica sconfitta. A proposito di questo film, un aneddoto significativo: la produzione voleva come interprete femminile, attrici come Natalie Wood o Brigitte Bardot per un ruolo che, per volontà ostinata del regista, sarà poi superbamente interpretato da una giovanissima Stefania Sandrelli. Per questo film, il regista ebbe il Nastro d’Argento dei critici sia per la regia che per la sceneggiatura; la pellicola si segnala inoltre per la struttura narrativa, straordinariamente moderna, e per l’uso innovativo e suggestivo delle colonne sonore.

Dalla sua prematura scomparsa, vi sono state alcune iniziative commemorative,  soprattutto ad opera del figlio, Paolo Pietrangeli  regista de Il Maurizio Costanzo Show e di altri programmi di successo. Voce originale, arguta e precisa nel raccontare la contraddittoria Italia del miracolo economico, la critica si accorge solo ora di aver sottovalutato e trascurato questa figura rispetto alle produzione contemporanea della commedia all’italiana.

Tanto deve ancora riconoscere il mondo del cinema a questo autore sensibile e rigoroso; tanto più gli deve ancora Magliano: con  riconoscimentI formali (la sua famiglia  aspetta da tempo la dedica di una strada più centrale del paese), e con delle iniziative concrete (è dell’estate scorsa la proiezione de “Io la conoscevo bene” in Piazza Serpentone ad opera dei DS),  che portino alla  conoscenza e alla divulgazione  delle sue opere, ad onore delle sue origini e della sua memoria.

                                                                                        EsterMordini

 

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FILMOGRAFIA

 

 

 

 

 

 

 

   
 
 

Pietrangeli

Vincenzo

(1893-1977)

Vincenzo Pietrangeli   Podestà, Educatore e politico. Ha rivestito la carica di presidente della Provincia e per molti anni quella di  Ispettore nelle Scuole Elementari.

Benefattore, ha elargito sussidi per le scuole del paese,  finanziamenti per  la realizzazione della Casa per Anziani “L’Immacolata” presso il Convento di San Domenico, gestita da sempre dall’ordine religioso delle Suore di Santa Filippa. E’ stato tra i fondatori della Banca Popolare della Marsica.

 

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Pietrobattista

Padre

Panfilo

 

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Padre Panfilo Pietrobattista nacque a Magliano il 12 aprile 1824 e venne battezzato col nome di Giovanni e Paolo, in onore dei nostri Santi Protettori. Giovinetto, forse attratto dall'esempio dei Padri Francescani del vicino convento di S. Martino, chiese di essere ammesso alla vita religiosa. Venne ordinato sacerdote nel 1846.

Dottissimo in Filosofia e Sacra Teologia, insegnò per incarico dei suoi superiori nello Studio di S. Isidoro degli Irlandesi a Roma per tre anni. Nella primavera del 1855, insieme ad altri tre religiosi partì per l'America. I quattro presero dimora ad Ellicottville, da dove si recarono ad Allegany nella Contea di Cattarangus. Qui iniziarono la loro opera missionaria. Servirono parrocchie secolari rimaste senza sacerdoti, fondarono conventi, organizzarono Accademie, fondarono Congregazioni Religiose. In soli dieci anni sorsero ben sei conventi regolari: ad Allegany, a Boston, a New York, a Buffalo, nel Texas, a Houston. Vennero istituite 22 Chiese Missionarie, 5 Parrocchie regolari, un seminario, due Accademie, per fanciulli e per fanciulle, due Congregazioni di Religiose. 
 
Padre Giacinto Marinangeli, nella rievocazione, tenuta a Maglíano nella Chiesa di S. Domenico, il 15 novembre 1976, così sintetizzava l'opera del Pietrobattista: " Di tutto è promotore, fondatore, anima. Egli superiore, moderatore di coscienze, formatore di uomini per la Chiesa e per la Società, professore, apologista, consigliere di prelati, missionario indefesso ". Venne intanto costituita canonicamente la Custodia dell'Immacolata Concezione, la prima entità francescana operante negli Stati Orientali d'America. L'opera del Pietrobattista culminava con la istituzione dell'Uníversità di S. Bonaventura " che salirà ai fastigi di alto prestigio ", come canterà il poeta americano joseph Yanner nel suo Poem to Alma Mater. 
 
Richiamato improvvisamente a Roma, con spirito di ubbidienza lasciò la grande opera intrapresa. Tornato in Italia, si ritirò a S. Francesco a Ripa, quindi, soppresso questo convento dopo il 1870 dalle Leggi così dette eversive, venne a stabilirsi a S. Pietro a Montorío, dove riprese la sua opera di studioso e di scrittore nel silenzio del chiostro. Attese alla composizione di una grande Storia critica del Francescanesimo. I primi due volumi, di oltre mille pagine, furono pubblicati nel 1875. Stava lavorando al terzo volume, quando il 15 marzo 1876 lo visitava Sorella Morte. Aveva solo 52 anni. L'opera monumentale riscosse il plauso dei contemporanei. A distanza di tempo, padre Agostino Gemelli poteva ancora esprimersi: " L'opera del Pietrobattista metteva in rilievo il posto del Francescanesimo nella società italiana ". 
 
Il ricordo dell'opera svolta dal Pietrobattista è ancora vivo a Maglíano, che ha dedicato al suo nome una via cittadina. I Francescani d'America ed Abruzzesí gli hanno eretto un busto in bronzo, che è stato posto all'ingresso del Convento di S. Domenico.

dal libro "La chiesa di Santa Lucia in Magliano dei Marsi"
del prof. Giuseppe Di Girolamo


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Scipioni

Mons.

Domenico

 

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Mons. Domenico Scipioni nacque a Magliano il 6 marzo 1870 da una famiglia medio-borghese, che da tempo partecipava anche alla vita amministrativa del nostro Comune. Studiò nel Seminario Díocesano di Pescina, si addottorò in Sacra Teologia nella Pontificia Università Gregoriana ed in Lettere alla Sapienza di Roma. Uomo dalla spiccata personalità, sacerdote integerrimo, dotato di profonda conoscenza delle Sacre Scritture, dottissimo nelle lingue classiche, svolse la sua opera di sacerdote e di studioso per molti anni nel Seminario Diocesano come professore e come rettore. L'opera più delicata la dovette svolgere nella riorganizzazione del Seminario, sconvolto non solo nelle strutture edilizie dalla catastrofe del terremoto.
 
Trasferito questo Istituto in un primo tempo nel palazzo ducale di Tagliacozzo e poi, definitivamente, nella nuova sede di Avezzano, lo Scipioni vi dedicò tutte le sue cure fino a che non fu costretto a ritirarsi dalla vita attiva per motivi di salute. Trascorse i rimanenti anni nella meditazione e nello studio, alternando il soggiorno nel suo paese natìo con quello di Roma. Stava lavorando ad una Storia della Diocesi dei Marsi, quando lo raggiunse la morte. 
Gli appunti, conservati fra gli altri manoscritti nell'archivio parrocchiale di S. Lucia, sono stati dallo scrivente riordinati ed opportunamente dattiloscritti, e si conservano in copia fotostatica, oltre che nell'archivio parrocchiale, anche nella Biblioteca Comunale di Magliano dei Marsi. 
  
Ha lasciato numerose monografie di storia locale, fra cui: 
Battaglia di Tagliacozzo o di Scurcola?, Angeliní, Avezzano 1909; 
S. Maria ad Nives [Manoscritto in archivio parrocchiale S. Lucia, 1929]; 
Le Feste di S. Antonio e del XX ottobre a Magliano, Vecchioní, Avezzano 1930; Il Camposanto di Magliano d. M., Vecchioní, Avezzano 1932; 
Padre Filippo Guadagnolo, Vecchioni, Aquila 1934; Santa Maria in Valle [Manoscritto in archivio parrocchiale S. Lucia]; Brevi Notizie storico-artísticbe sulla Chiesa di S. Lucia in Magliano, Roma 1935. 
  
Non possiamo chiudere queste brevi note, senza ricordare una azione di mons. Domenico Scípioni, che grandemente l'onora e costituisce un esempio di Fede profonda e di vera vocazione sacerdotale.Donò tutti i suoi beni, che aveva ereditato dalla sua famiglia, e la sua ricca biblioteca al Seminario Diocesano. Purtroppo quest'ultima è andata perduta a causa dell'incendio che qualche decennio fa distrusse parte del Seminarío. Anche al nome di Domenico Scipioni è stata dedicata una strada cittadina.
 

dal libro "La chiesa di Santa Lucia in Magliano dei Marsi"
del prof. Giuseppe Di Girolamo

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Giuliani Americo

 

 

 

 

 

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(1888-1922)

 

Poeta in  romanesco e compositore di canzoni di musica leggera.

 

Nacque nel Comune di Magliano De’ Marsi, nella frazione e borgo medioevale di Rosciolo, in provincia di L’Aquila.

Giovanissimo si trasferì a Roma, agli inizi del 1900, assimilando subito l’uso del dialetto tanto da assumerlo come strumento espressivo in alcuni monologhi che lo resero  autore acclamato del Teatro Popolare,  tra le due grandi guerre.

L’ambientazione dei suoi monologhi è la Roma di Trastevere, della malavita e dei bulli romani realmente esistiti quali Er Manciola, Er Carcina, Er Tinea , Er Più de Trastrevere, scritti intorno al 1915-18.

Essi  sono un documento vivo e vero del dialetto della Roma Trasteverina dei primi anni del 1900, storicamente autentica in quanto rappresentata nelle figure e nei sentimenti della gente umile. Er Fattaccio der vicolo del Moro, La Passatella, Pe’mamma, Er destino, Er terremoto di Avezzano sono alcuni titoli delle sue opere.

 Americo Giuliani è stato autore, anche,  di musiche e canzoni di successo interpretate dai grandi della musica leggera del suo tempo e da  cantanti più recenti. Le partiture delle sue canzoni sono state tutte pubblicate e stampate, in una versione con copertine a colori, dalla Casa Gennarelli di Napoli,  negli anni 1918 -19.

 La sua produzione teatrale e musicale è stata resa celebre e fatta conoscere al grande pubblico da grandi nomi del teatro della canzone italiana e attori romani, quali:

 ALFREDO BAMBI ,  BRUGNOLETTO,  attori del teatro popolare romano.

 GIGI PROIETTI ci propone spesso nei suoi programmi televisivi e teatrali monologhi del nostro autore. Il Gruppo Editoriale L’Espresso - La Repubblica ha pubblicato un paio di anni  fa un DVD con monologhi di Giuliani interpretati dallo stesso Proietti.

 NILLA PIZZI, LUCIANO TAJOLI, CLAUDIO VILLA, VILMA DE ANGELIS, hanno cantato le sue canzoni: Capinera, Torma al paesello, Donna e altre.

 I Cori alpini eseguono del nostro autore: “Leggenda  Di Guerra”.

 PAOLO LIMITI in alcuni programmi televisivi ha ricordato, in più occasioni,  la figura del nostro poeta musicista.

 ELENA BONELLI recita Americo Giuliani nel Film “Roma è musica” regia di Carlo Lizzani, trasmesso in tutto il mondo da Rai International. La Cantante Romana, nel film, è accompagnata dall’Orchestra Sinfonica di Roma e del Lazio, diretta dal maestro Pippo Caruso.

 

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Di Domenico

Dino

 

 

 

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 (Marano di Magliano dei Marsi, 1949) tenore e docente italiano.

All'anagrafe Berardino, poi abbreviato artisticamente in Dino, il tenore Di Domenico ha cantato nei maggiori teatri italiani ed esteri, nelle più importanti sale da concerto del mondo e sui canali televisivi RAI, contribuendo alla promozione del melodramma italiano nel mondo, dall'Islanda al Sud Africa, dagli Stati Uniti a Israele. Vanta un ampio repertorio di musica sacra e da camera dal XVI secolo ai giorni nostri. E' stato diretto da Maestri come Savallish, Aronovic, Kellog, Gelmetti, Gavazzeni, Mannino, Roberto Abbado, Steimberg, de Bernard, Luisi, Pappano, Veltri, Lombard. E' docente di canto lirico presso l'Istituto Superiore di Studi Musicali Gaetano Donizetti di Bergamo. Canta in otto lingue.

Viene notato giovanissimo in Abruzzo per la sua voce limpida, spontanea ed intonata mentre si diverte a cantare le arie d'opera che ascolta nei dischi o partecipa alle funzioni religiose domenicali. La famiglia, che aveva immaginato per lui tutt'altro percorso, indirizzandolo alla carriera ecclesiastica, acconsente a fargli seguire degli studi musicali. Diplomato al conservatorio Santa Cecilia in Roma sotto la guida del Maestro Paolo Silveri, si perfeziona in musica corale e da camera con i maestri Nino Antonellini e Arturo Sacchetti e in opera lirica e in tecnica vocale con il maestro Carlo Bergonzi più tardi, una volta già intrapresa da anni la carriera artistica.

Nel 1976, il giorno stesso della partenza per il viaggio di nozze in Canada, spedisce la candidatura per l'audizione al coro da camera della Rai e al ritorno trova ad aspettarlo la convocazione. Partecipa all'audizione e viene scelto. Entra in Rai e lavora presso la sede di Roma in qualità di tenore del coro da camera fino al 1983, vincendo il premio Viotti D’oro del concorso internazionale di Vercelli, fonte Archivio RAI.

Nel 1981 vince il Verdi d'Oro al concorso internazionale della Corale Verdi di Parma ed in quella occasione scopre la cittadina di Salsomaggiore, dove qualche anno dopo decide di trasferirsi assieme alla famiglia e dove vive tuttora. Chi era presente alla premiazione ricorda ancora come il tenore in quei giorni fosse in trepidazione anche per un altro annuncio, ovvero la nascita della figlia minore, dopo essere diventato già papà di un maschietto nel 1978. Nel 1982 vince il secondo premio al concorso internazionale Belvedere in Vienna, nel 1983 vince il secondo premio al concorso internazionale Voci Verdiane a Busseto.

Nel 1983 abbandona l'attività da corista e debutta come solista in Lucia di Lammermoor al Ponchielli di Cremona, ne La traviata a Dublino e Lord Percy in Anna Bolena al fianco di Katia Ricciarelli. Canta La bohème a Bergamo, Brescia e Pavia per giungere al Metropolitan di New York. Resta negli Stati Uniti per I Lombardi in cui affianca Aprile Millo a Philadelphia e alla Carnegie Hall di New York. Interpreta Rigoletto nel New Jersey e Madama Butterfly a Miami per poi debuttare nel Requiem di Verdi a San Antonio. L'eco del successo giunge presto in Europa aprendogli i più importanti teatri italiani come il Teatro Massimo di Palermo dove interpreta Ismaele nel Nabucco e Macduff nel Macbeth, Cagliari dove bissa il successo ottenuto a Palermo e a Roma dove debutta in Luisa Miller.

Ad Amsterdam interpreta la Messa da Requiem al Concert Gebouw e in Olanda l'Attila. In Cile nel ruolo di Foresto canta a Santiago del Cile dove viene confermato successivamente nel ruolo di Pinkerton in Madama Butterfly. Il 16 Novembre 1986 è al Music Center Vredenburg, Utrecht con "Nerone", fonte Mascagni.org

Alla Staatsoper di Berlino, apre dal '91 una collaborazione che lo vede sullo stesso palcoscenico nel ruolo di Pinkerton nella Madama Butterfly di Giacomo Puccini fino al 1995 e anche in Capuleti e Montecchi di Bellini e Capriccio di Richard Strauss. Il ruolo di Pinkerton lo rende celebre in tutta la Germania così che ricopre il ruolo a Monaco, Düsseldorf, Amburgo e Francoforte, qui interpreta ripetutamente La traviata e svolge una tournée in Israele. Orpheus International, mensile di Opera edito in Germania, gli dedica l'intervista di apertura e la copertina del maggio 1993.

Nella metà degli anni Novanta è alla Staatsoper di Vienna in Madama Butterfly destando l'attenzione di numerosi direttori d'orchestra tra cui Gustav Kuhn che lo reclama nel ruolo di Bacchus in Ariadne auf Naxos a Milano e al Teatro Comunale di Bologna. Con lo stesso direttore recita al teatro San Carlo di Napoli nella Nona Sinfonia di Beethoven.

Interpreta nuovamente Ismaele nel Nabucco a Nizza e successivamente parte per una tournée in Sud America con la Deutsche Rundfunk Orchester di Monaco guidata dal maestro Gustav Kuhn (l'Opera in cd e video di Elvio Giudici, ed. Il Saggiatore) fonte Amadeusonline.net.

Nel 1999 canta Attila di Verdi e il Requiem di Berlioz alla Filarmonica di Berlino, il Requiem di Verdi al Festival di Erl e la Nona Sinfonia di Beethoven alla Sala Verdi di Milano. Inoltre è impegnato in numerosi concerti in Italia e all'estero.

Nel 2000 canta il Requiem di Mozart con l’orchestra Coccia di Novara a Milano e Novara, la Nona Sinfonia di Beethoven al Festival di Erl e Aida al Festival Dom di Speyer. Prende parte al Concerto dei 6 Tenori a Sankt Moritz e Innsbruck e a due Gala Concert ad Hannover.

Nel 2001 è impegnato in una lunga tournée estiva in Germania col ruolo di Ismaele nel Nabucco e negli stessi panni è a Trapani. Quindi canta La traviata e Madama Butterly ad Hannover, Wiesbaden e Stuttgart. Inoltre esegue vari concerti in onore delle celebrazioni del Centenario Verdiano in Italia ed all’estero.

Nel 2002 torna con il Nabucco in tutto il territorio tedesco, cantando a Berlino, Liepzig, Halle, Dresda, Hannover, Vienna, Passau Ferropolis e nel Lussemburgo. Dunque ha vestito i panni di Radames nell'Aida a Neuss, Hameln, Paderborn. Recentemente è stato interprete del Festival dei Tre Tenori a Francoforte e di una serie di recitals verdiani in Austria e in Germania.

Nel 2003 interpreta Ismaele nel Nabucco di Verdi a Berlino, Hannover, Wien, Rastadt, Ferropolis, Baden Baden.

Nel 2004 è impegnato in una tournée in Germania che toccando le più importanti città tedesche, tra cui Munchen, Stuttgart, Karlsruhe, Ratzemburg, Schnaittach, Neuermarket.

Nel 2005 esegue il Requiem di Verdi al Musikverein di Vienna.

Negli anni 2007-2008 partecipa al Festival Persiano di Tortona, incidendo Il Natale del Redentore e Il Sogno Interpretato di Perosi.

Nel 2008 e nel 2009 partecipa ai Concerti di Primavera della Corale Rossini di Modena, interpretando musiche inedite di Giuseppe Verdi e Il Requiem di Donizetti, fonte Opera 2009 - Annuario dell'opera lirica in Italia.

Metodo Dino Di Domenico

Attraverso una esperienza di decenni nell'applicazione lirica della voce umana, Dino Di Domenico ha sviluppato un metodo di recupero dell'ampiezza vocale per i cantanti, liberando le corde vocali dalle tensioni autogenerate e consentendo di raggiungere i sovracuti oltre il FA della "Regina della notte". Tale metodo è insegnato dal tenore nei Conservatori in cui è titolare di cattedra.

Pubblicazioni su CD

  • I Cavalieri di Ekebu di Zandonai (Fonit Cetra)
  • Ecuba di Nicola Manfroce
  • Nerone di Mascagni (Bongiovanni)
  • Il Bravo di Mercadante (Nuova Era)
  • I Lombardi di Verdi (Legato Classic)
  • Otello di Verdi (Forlane)
  • Attila di Verdi (Première Opera)
  • Macbeth di Verdi (Première Opera)
  • Luisa Miller di Verdi (Première Opera)
  • L'Ebreo di Apolloni (Première Opera)
  • La strage degli Innocenti di Perosi (Bongiovanni 2003)
  • La Resurrezione di Cristo di Perosi (Bongiovanni 2004)
  • Là dove vanno i pensieri di Cataldo (La bottega discantica 2005)
  • Katerina Ismailova di Šostakovič (Opera D'oro 2005)
  • Natale del Redentore di Perosi (Bongiovanni 2007)
  • Il Giudizio Universale di Raimondi (Bongiovanni 2009)
  • Il sogno interpretato di Perosi (Bongiovanni 2009)

Pubblicazioni su DVD

  • Verdi, Requiem (TV Belga, 1991)
  • Brani da Autori vari (RTSI Lugano, 1993)
  • Beethoven, IX sinfonia (RAI TRE, 1995)
  • Puccini, Madama Butterfly (Tele 13 Cile, 1996)

Colonne sonore per film

Bibliografia

  • L'Opera in cd e video di Elvio Giudici, ed. Il Saggiatore

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Marcelli

Vittorio

 

 

 

 

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(Magliano dei Marsi, 3 giugno 1944)

Ciclista su strada italiano. Professionista dal 1969 al 1970, fu campione del mondo in linea tra i dilettanti nel 1968.

Notato giovanissimo da Giovanni Proietti e poi da Oscar Minzoni, si fece notare come uno dei potenziali astri nascenti del ciclismo italiano ed entrò nel giro delle squadre italiane dilettantistiche costruite per ottenere grandi risultati alle olimpiadi.

Di fatto risultati di prestigio fra i dilettanti Marcelli li ottenne, facendo valere le proprie doti di passista e cronoman: fu campione del mondo nella prova in linea nel 1968 a Montevideo, mentre nella cronosquadre fu due volte medaglia di bronzo ai mondiali, 1967 e 1968, e una volta ai Giochi olimpici.

Passato professionista nel 1969 con la Sanson però non colse risultati, sia perché esaurito dalla lunga attività dilettantistica sia perché un grave problema alle ginocchia lo costrinse ad un prematuro ritiro. Pochi furono i suoi acuti da professionista, ottenuti prevalentemente nelle corse contro il tempo di cui era specialista. Un secondo posto al Gran Premio di Crastocaro, a cronometro, appunto battuto solo da Gimondi. Fu quinto nella cronocoppie Trofeo Baracchi, ed ottavo al Gran Preimo di Prato.

Marcelli fu un incompiuto del pedale eccessivamente "sfruttato" da giovanissimo o forse come tanti altri maledetto dalla maglia iridata dilettante non riuscì a mostrare tra i professionisti quel potenziale che tutti gli riconoscevano.

Oggi gestisce presso Avezzano, assieme al fratello, un negozio di biciclette che porta per l'appunto il suo nome.

Palmarès

Campionato del Lazio in linea

Campionato del Lazio a Cronometro

Giro d'Italia Dilettanti

Preolimpica di Città del Messico

Giochi del Mediterraneo, Cronosquadre

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Heerlen 1967 - Cronosquadre: 3º

Montevideo 1968 - Cronosquadre: 3º

Montevideo 1968 - In linea: vincitore

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Vincenzo De Sanctis

 

 

 

 

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Nato a Rosciolo di Magliano dei Marsi nel 1861, divenne medico di San Benedetto dei Marsi - un paese cresciuto in fretta, che tutte le tare della rapida crescita scontava - esattamente un secolo fa; non è tuttavia della sua attività in tempi normali (assai duri, almeno a giudicare dalle di lui lamentazioni in merito alle <lesioni da infortunio e per ferimento> ) o delle sue iniziative alla guida dei sanitari del circondario che intendiamo occuparci, bensì del suo operare in un tempo straordinario, quello scoccato col terremoto del 13 gennaio 1915.
<... il dott. De Sanctis, medico condotto di San Benedetto, coadiuvato dall’assistente Villetti del Policlinico e da qualche studente dell’ultimo anno di medicina-chirurgia, hanno sino ad oggi curato circa quattrocento feriti [...] tutta l’opera di soccorso sanitario si compie con ardore e tenacia veramente ammirevoli dal dottor De Sanctis, del luogo, e da due studenti del Policlinico di Roma ...>
<... questo medico è un eroe: con l’aiuto di alcuni studenti della Corda Frates ha instituito un vero e proprio ospedale: ha salvato, ha strappato alla morte diecine e diecine di persone ...>
<... il medico di San Benedetto de’ Marsi, pur avendo perduto un figlio, non appena fu tolto dalle macerie dalla moglie e non ostante avesse il corpo contuso, continuò per tre giorni a medicare i feriti del suo paese. Quando il giorno 16 giunse un medico della Croce Rossa a rilevarlo, egli lasciò il suo posto di soccorritore per prendere quello di infermo, perché nel frattempo le sue condizioni peggiorarono ...>
<... è a tutti noto l’eroismo del medico condotto cav. De Sanctis che, ferito insieme alla moglie, rimase sul posto a compiere il proprio dovere, benché avesse saputo che Avezzano - dove si trovavano agli studi i suoi cinque figliuoli - non esisteva più. Medicò come potette i feriti, e solo dopo due giorni vide arrivare a piedi quattro dei dei suoi cinque bambini: il più piccolo aveva salvato gli altri tre! ...>

Relazione dell’autorità di pubblica sicurezza:

<... col terremoto del 13 gennaio u.s. la frazione di S. Benedetto dei Marsi fu completamente rasa al suolo. Dopo le prime e sollecite cure prodigate ai più dal medico condotto Cav. Dr. Vincenzo De Sanctis, sull’opera del quale sento doveroso riservarmi speciale rapporto ...>
e lo speciale rapporto che si annuncia - purtroppo irrintracciabile - deve sicuramente esser stato alla base del conferimento della medaglia d’argento da parte della Fondazione Carnegie. La successiva istruttoria per la medaglia dei benemeriti del terremoto ci fornisce ulteriori informazioni:
<... oltre di aver continuato a prestare l’opera di sanitario, coadiuvò con intelligenza e prontezza le Autorità Civile e Militari inviate in S. Benedetto dei Marsi per l’applicazione dei primi provvedimenti di urgenza. A tutti i superstiti del grave disastro, appartenenti a quella frazione, distribuì soccorsi mediante alimenti di prima necessità [...] Con pericolo della propria vita disotterrò dalle macerie pericolanti le sottonotate persone: Piccone Nicola [...] di anni 20, Colamartino Anna [...] di anni 32, Cimino Pietro [...] di anni 7, Tarquini Neglia [...] di anni 18 ...> .
 

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Dott. Nicola Di Lorenzo

(1889 – 1969)

 

 

 

         

Nicola DI LORENZO, nato a Magliano Dei Marsi il 5.12.1889  da Antonio DI LORENZO  e Nazzarena MORGANTE, sposato con Maria Micangeli il 14/6/1923, ebbe cinque figli( Antonio, Gabriella, Carla, Pietro e Rosanna).

Dopo aver conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia presso la Regia Università La Sapienza in Roma, fu Ufficiale Medico al Fronte durante la guerra 1915/18.

Conseguì quindi il Diploma di perfezionamento in Ostetricia  e Ginecologia, sempre presso la Regia Università degli  Studi di Roma La Sapienza il 4 Luglio 1921.

 

Fondò la Società “ISTITUTI DI CURA SPA” nel Dicembre 1921,  insieme ad alcuni compagni di corso, dapprima al pianterreno della sua abitazione in Via Garibaldi  e poi nel fabbricato sito in Via Amendola in Avezzano (recato in dote dalla moglie Maria) primo nucleo ancora esistente  dell’attuale Casa Di Cura..

 

Da allora, e fino al suo ritiro dall’attività  nei primi anni sessanta, si dedicò  con passione alla professione  medica, con prevalente indirizzo per l’ostetricia, e a quella di imprenditore.

 

Divenne unico proprietario dell’Azienda nel 1942, trasformandola in “Casa Di Cura Chirurgica Ostetrica Di Lorenzo” gestendola dapprima da solo, attraverso le molteplici  difficoltà  anche economiche causate dai  difficili anni della II Guerra Mondiale e successivamente con i figli Antonio, nato nel 1924, e Pietro nato nel 1930, fino alla sua scomparsa avvenuta a Roma il 17 Maggio 1969.

 

L’Azienda da lui fondata, giunta ai nostri giorni con l’evoluzione dei tempi  e con ulteriori espansioni, rappresenta una delle più antiche realtà imprenditoriali dell’intera Marsica, avendo assistito intere generazioni di nostri conterranei e dato lavoro a molte famiglie  per quasi un secolo.

 

Il Dr. Nicola DI LORENZO mai dimenticò l’appartenenza alla Comunità Maglianese.  Ne è testimonianza la bellissima immagine della facciata della Chiesa di Santa Lucia  da lui e dai  figli, Pietro e Antonio,  posta  all’ingresso della Casa Di Cura.

 

 Il Comune di Avezzano nel Novembre del 2007  dedica al Dr Nicola Di Lorenzo  la strada centrale già  denominata Via Delle Industrie.

 

                                                        Marco Di Girolamo 

 
Petronilla Paolini
1663-1726

Petronilla Paolini, posta dal Corsignani nel De Viris Illustribus fra i personaggi maglianesi, perché di famiglia maglianese, “Familia haec Paulina, Malleani adhuc hodie nobilis est”, nacque in realtà a Tagliacozzo, dove fu battezzata nella parrocchia dei Santi Cosma e Damiano il 24 Dicembre 1663.

Suo padre  fu quel Francesco Paolini “Malleanensis”già ricordato come letterato e gentiluomo dei colonnesi, sua madre Silvia Argoli di illustre famiglia di Tagliacozzo.

La piccola Petronilla aveva 4 anni quando il padre fu ucciso a tradimento “per mano che prima gli era stata amica”. La madre, sconsolata, vestì l’abito monacale e si ritirò in un convento. La povera Petronilla rimase sotto la tutela dei parenti più prossimi.

In seguito la fanciulla  fu mandata a Roma presso la madre. Qui perfezionò la sua formazione intellettuale già iniziata a Magliano.

Andata sposa giovanissima al marchese Francesco Massimi non ebbe una vita matrimoniale felice: l’unica consolazione la nascita di tre figli.

I continui contrasti familiari, a lungo andare, spinsero i due coniugi alla separazione.

Non fu concesso alla paolini portare i figli con sé. Lei si ritirò in un monastero dove potè riprendere i suoi studi prediletti

Un luttuoso avvenimento la doveva turbare profondamente:

“Ben presto al nuovo pianto apersi al ciglio;

d’un mio tenero figlio ,

ch’era di questo se parte migliore, morte recise il fiore.

Al materno dolore non fu concesso

Dargli nel suo morir l’ultimo amplesso”

Tentativi di riappacificazione  con il marito risultarono tutti vani. La vita della poetessa  sarebbe divenuta insopportabile . se non avesse trovato conforto nello studio e nella comprensione degli amici, che nel frattempo l’avevano accolta in Arcadia.

 

Morto il marito nel 1707 poté rientrare con i suoi due figli nel palazzo Massimi. Intraprese allora molti viaggi, soggiornò a magliano  dove scrisse una canzone sulle rovine  di Albe, fu a Tagliacozzo , a Sulmona  dove c’erano parenti dalla parte del padre, , fu a Perugia, a Siena, a Venezia.

Erede di molti beni aiutò poeti caduti nella miseria ed amici. A soli 33 anni fu accolta nell’Arcadia  ove ebbe un posto  considerevole con nome di Fidalma Partenide.

Morì il 3 Marzo 1726, Le suore teresiane, seguendo la volontà dell’estinta, la seppellirono secondo il loro rito monacale nella Chiesa di Sant’Egidio in Trastevere.

Sulla tomba fu posta  un’epigrafe dettata dal Corsignani sormontata da ritratto della poetessa.

I suoi contemporanei la tennero  in grandissima stima; Ludivuico Antonio Muratori la ricorda  nel trattato “sulla perfetta poesia”;Pier Iacopo Martelli le dedicò la tragedia “Fabio Massimo”. Il Crescimbeni di lei dice “ Donna per nascimento, per erudizione. Per virtù morali,vivamente illustre, ravvivò con le sue opere la provincia dei Marsi”

Fra i nostri contemporanei è ricordata dal grande abruzzese Benedetto Croce.

Magliano le ha dedicato da tempo immemorabile una strada.

 

Da “La Mia Città”  lavoro interdisciplinare della Scuola media di Magliano De’ Marsi della classe II D anno scolastico  1972-73. Coordinatore Prof.  Giuseppe Di Girolamo.