MAGLIANO PRIMA E DOPO IL TERREMOTO

Di PietroLuce

 

Magliano, prima che il terremoto lo radesse al suolo, era un piccolo paese, delimitato da una circonvallazione, il “Giro di tornaterra”, su cui insistevano le mura, costituite da alte case addossate l’una all’altra con feritoie nel piano inferiore e finestre alte e strette in quelli superiori.
Le porte di accesso erano quattro: porta settentrionale, solara, di ponente, orientale.
La costruzioni in pietra erano state realizzate artisticamente tanto che si diceva che Magliano somigliava ad un piccolo angolo di Parigi. Vasi di fiori ornavano i balconi in ferro battuto, vie strette e selciate si snodavano all’interno, dove facevano bella mostra di sé portali e finestre in pietra accuratamente lavorati. Le case non erano riscaldate durante i lunghi e rigidi inverni, quando le nevi cadevano abbondanti e la tramontana gelava le acque di scolo dei tetti, formando lunghi candelotti di ghiaccio, che pendevano dalle gronde e scintillavano al sole. L’unico mezzo di riscaldamento era il camino, dove era appeso un caldaio di rame per cuocere cibi, mentre in un angolo della teglia una pignatta di terracotta serviva a cuocere i legumi. Nella cucina venivano usati i fornelli a carbone, acceso e ravvivato dall’aria mossa dalla ventola, una sorta di ventaglio costruito con penne di animali da cortile e su questo carbone la padella accoglieva i prodotti della terra e dell’allevamento domestico. Si andava a letto presto per non consumare le candele o l’olio da lanterna e ci si alzava presto per andare a lavoro.

Attorno ai campi, in possesso di pochi privilegiati, lavorava una folta schiera di braccianti agricoli, che prima dell’alba si recava a piedi ai campi con la vanga in spalla e con la “mmutina”, che conteneva un pezzo di pizza gialla ed una cipolla; per dissetarsi ci si recava nella vicina bonifica per riempire”iò trufo”nell’acqua corrente. Oltre ai contadini vivevano in paese mercanti, fabbri, ferrai, falegnami, muratori, operai dei laterizi, operai del corallo e lavoratori artigianali della pasta Pochi erano i professionisti. Non esistevano lussuosi negozi: scarpe e vestiti venivano confezionati da sarte e calzolai locali. Una volta alla settimana si teneva il mercato fuori la porta orientale. Dai centri vicini si riversavano venditori di frutta e verdura, di animali da cortile e uova, mercanti di stoffe, orologiai, stagnari e mercanti d’oro e d’argento. Raggiungevano il paese con carri, bighe, con asini bardati di basto, da cui pendevano due bigonce laterali. I posteggi erano dislocati dal belvedere degli alberetti e spaziavano in piazza del mercato. Malgrado la vita scorresse, per i più, fra il lavoro e l’indigenza, i maglianesi erano gente aperta, ospitale e cortese, tanto che uno scrittore inglese, Edward Lear, rimase colpito dall’accoglienza che Magliano gli riservò.
La vita, all’interno delle mura, scorreva serena e senza brusche scosse, anzi era spesso ravvivata dagli scherzi e dalle trovate originali dei buontemponi dell’epoca, che hanno fatto parlare di sé fino ai nostri giorni. Ai primi del ‘900 l’installazione dell’illuminazione pubblica destò la curiosità di tutti i paesani, che seguivano interessati i lavori di applicazione ai muri dei bracci di ferro con piatti e lampadine. Gli operai avevano spiegato agli astanti increduli che quelle palline di vetro, di notte, avrebbero illuminato le vie.
Quando per la prima volta le lampadine rischiararono il paese, lo stupore si dipinse sui volti di tutti e le vecchiette, facendo capolino dall’interno delle porte, si facevano il segno della croce con la mano sinistra e richiudevano in fretta gli usci, perché erano convinte che quella luce senza fiamma fosse un’invenzione del diavolo. A minare la serenità del paese provvide prima l’ultimo Re di Napoli e poi il terremoto e la prima guerra mondiale.
Nel 1860 Magliano aveva votato l’annessione al Piemonte e Franceschiello con immediata reazione inviò un piccolo esercito di soldati mercenari, al comando del Colonnello Von Kleischt, detto Lagrange. Alla notizia della spedizione punitiva borbonica contro le popolazioni d’Abruzzo filopiemontesi, i maglianesi fuggirono in massa nei monti circostanti.
La leggenda vuole che al Colonnello apparissero i Santi Patroni Giovanni e Paolo con spade fiammeggianti, costringendolo a precipitosa fuga. A scuotere invece il paese dalle fondamenta intervenne un primo terremoto nel 1904, che lesionò parecchie costruzioni e preparò il terreno ad un’immane catastrofe, avvenuta nove anni dopo.
Nella rigida mattinata del 13 gennaio 1915, uno spaventoso boato scoccò secco nell’atmosfera. La terra tremò con lunghe ed interminabili scosse. Dall’alto del paese un immenso fragore ed un nugolo di polvere s’innalzarono al cielo. Case e palazzi crollarono, seppellendo fra le macerie numerose vittime. La prima guerra mondiale aggiunse altri gravi lutti alle popolazioni della Marsica, già tanto provate dalla violenza della natura. Dopo il terremoto il paese fu ricostruito sia in collina che in pianura. Per ospitare i senzatetto furono costruite baracche asismiche attorno al centro storico. Nacquero così i vari rioni che esistono ancor oggi: Sopra Magliano, Il colle, S. Domenico, Le casette di Padova, Piedi la costa, S. Maria, Le Casette di piazza XX Ottobre. Nell’ultima guerra mondiale Magliano se la cavò con qualche piccola escoriazione e rimase interamente in piedi. Nel periodo della ricostruzione molti maglianesi abbandonarono la loro casa ed espatriarono nelle Americhe, in Australia ed altri migrarono in città.
In questo periodo le condizioni di vita andavano lentamente migliorando ma molti erano ancora i poveri e gli analfabeti. Non di rado lungo le strade polverose apparivano figure di mendicanti, che si spostavano da un paese all’altro, con il bastone e la bisaccia unta, per elemosinare un tozzo di pane secco. Si presentavano agli usci con abiti rabberciati alla meglio con tante toppe di colore diverso, con scarpe logore dalla lunga usura, la barba irsuta, le guance scavate da profondi solchi del digiuno forzato. Quasi ogni giorno le contadine di Capistrello, dagli abiti lunghi, con le ciocie ed un cesto sul capo, venivano a piedi a vendere lupini, che spesso barattavano con ossi di prosciutto e cotiche. Oggi Magliano appare notevolmente ampliato, con strade spaziose e case in mezzo al verde.
I contadini lavorano in proprio la terra con mezzi meccanici. E aumentato il numero dei professionisti ed impiegati. Un nucleo industriale in espansione dà lavoro ad un crescente numero di operai. Le cave di sabbia forniscono materiale da costruzione alla Marsica.
Piccoli imprenditori, artigiani e negozianti lavorano alacremente per farsi una posizione.
Il numero degli abitanti è aumentato ed è anche cresciuto il benessere ma si è smarrito il senso dell’amicizia disinteressata, del rispetto verso gli altri e verso l’ambiente, mentre la crescente affermazione di un individualismo esasperato rivela una profonda crisi dei valori tradizionali.
Una luminosa nota di altruismo è rappresentato dall’istituzione dell’autoambulanza, il cui servizio è assicurato da volontari, che con i loro tempestivi interventi spesso riescono a strappare alla morte un crescente numero di vite umane.

 

da "Marsica Domani"  n. 2/2009