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BREVI CENNI STORICI

Approfondimento

L’origine del pio Esercizio della Desolata forse è da collocarsi agli inizi del secolo scorso, ma non conosciamo quale fosse il motivo musicale originario. Il più antico che si conosca non va al di là del 1860. Si tratta di un’aria molto popolare, tramandata oralmente e composta da Padre Francesco D’Alessandro dei Padri Domenicani di San Domenico. Segue una melodia del medico e musicista Vincenzo Giusti composta verso la fine del 1800, di chiara impronta Verdiana. Dei primi del 900 è la melodia di Don Domenico Di Cola. Del 1929 sono le due melodie di Nicola Giusti, figlio di Vincenzo. Queste ultime, quasi dimenticate le prime, furono le sole ad essere eseguite fino alle soglie degli anni cinquanta, allorché, alternate ad esse, cominciarono ad essere eseguite anche nuove composizioni per solo e coro. Ciò costituiva una novità in quanto i canti precedenti erano tutti ad una sola voce solista. Da quanto scritto appare chiaro come per più di un secolo, almeno per quanto riguarda il canto, la cerimonia sacra si era andata sempre di più arricchendo col contributo di quanti, con la loro opera, intendevano mantenere una tradizione, vivificandola continuamente secondo l’evolversi della sensibilità popolare. (1)Certamente sotto la spinta innovativa del Concilio, si imponeva un aggiornamento più radicale così che, quando in tempi furono maturi ci si poté mettere all’opera. Fu pubblicato un opuscolo dal titolo Pio Esercizio della Desolata per la collana” Cultura e Fede” in occasione del Venerdì Santo del 1986 L’opuscolo costituisce ora il testo ufficiale della cerimonia. Ma vediamo quali sono le novità. Il testo delle considerazioni e delle preghiere, pur essendo nella sostanza quello tradizionale, è stato reso più agile una volta liberato da molte frasi ripetute, da certe gonfiezze, caratteristiche di una religiosità troppo pietistica, non più comprensibili dalla nostra sensibilità. Si è cercato di rendere la cerimonia più articolata, dandole un carattere quasi di sacra rappresentazione o di oratorio, sia per tenere desta l’attenzione dei fedeli, sia per coinvolgerli nell’azione sacra mediante una più attiva partecipazione. Le considerazioni sono fatte precedere da un brano biblico che, oltre ad essere ciò in sintonia col rinnovato interesse per la lettura delle Sacre Scritture, serva meglio a collocare la figura della Vergine come diretta collaboratrice del Figlio nella Opera di Redenzione. C’è inoltre la parte narrativa, che serve a collegare fra loro le scene cosi che appaia chiaro l’itinerario di dolore che la Madre Dolente percorre dalla tomba del Figlio alla casa di Giovanni, il discepolo prediletto. Su questa trama narrativa si inseriscono le considerazioni e le preghiere. Una tale struttura permette quindi che più lettori si alternino col sacerdote a cui sono affidate le preghiere. In quest’opera di recupero e di rinnovamento, anche le vecchie melodie di D’Alessandro, Giusti, Di Cola, trasmesse oralmente e pertanto in parte alterate, sono state ricostruite e trascritte, così che si possono eseguire insieme a tutte le altre. In quest’opera di revisione e di rielaborazione, pur conservando in parte l’elemento solistico, si é dato ampio spazio al dialogo e al coro, proprio in nome di una religiosità meno individualistica e più corale, secondo la nuova sensibilità creata dal Concilio Vaticano Secondo, che offre ampio spazio al popolo di Dio, senza però mortificare l’individuo, anzi valorizzandone l’opera nel quadro più ampio della Storia della Salvezza. Una revisione e rielaborazione ditali motivi si era avuta già all’epoca del parroco Don Antonio Rosa ad opera di Don Vincenzo Angeloni. Si tratta veramente di un lavoro di pregio, come si può dedurre dall’esame delle copie manoscritte. Ma la complessità della struttura sintattica della partitura, che fra l’altro va al di là della semplicità voluta dagli autori, ne rende difficile l’esecuzione in special modo per un coro di dilettanti. Tale ragione ha reso opportuno il ritorno a strutture più semplici. A questo punto mi piace ricordare alcuni cantori solisti della Desolata, che nel passato contribuirono a mantenere viva questa tradizione. Flavio Del Manso, Tommaso Del Manso, cantarono tra la fine del secolo scorso e gli inizi del novecento il motivo di Padre Francesco D’Alessandro; Gaetanino Giusti fino agli anni trenta eseguì le musiche di suo padre Vincenzo, e del fratello Nicola; Rodolfo Mena fino agli anni cinquanta rese popolare uno dei motivi di Nicola Giusti. Il mondo di cantare di quest’ultimo ,ispirato da forte tensione emotiva ha influito molto in quelli che si sono succeduti nel canto solista della Desolata: Luigi Scafati, più noto come Caserio, dalla bella ed estesa voce di tenore, desiderava cimentarsi con la strofa:“Gerusalemme ingrata” l’intramontabile Martire Scafati dalla spiccata sensibilità religiosa riesce a commuovere ancora. Arnaldo Gentile è stato il primo ad interpretare nel 1958 la parte solista della prima aria per solo e coro “Tomba che serri in seno”. Vincenzo Giusti è stato il delicato cantore dell’aria in mi minore dello zio Nicola. Un cenno particolare merita il compianto Nino Minicucci a cui si devono anche le parole del Commiato: “Spirò e la terra tremò”. Con la sua voce di baritono e col suo fine senso estetico ha contribuito in modo particolare al buon successo della presente trascrizione. Aveva già cantato insieme alla soprano Lucia Del Manso negli anni cinquanta nell’aria della Madonna per soli e coro in sol minore. Il Venite dell’invito e Ecco le mura e il Tempio dell’intermezzo rimangono legate nella memoria del popolo alla sua voce. Nell’esecuzione di quest’ultimo pezzo il suo nome è unito a quello della soprano Stefania Santarica, che per più anni ha interpretato le arie della Madonna. Con i due possiamo dire che l’esecuzione della Desolata si è elevata senz’altro su di un livello superiore. Degni successori degli stessi sono Pierluigi Bianchini, che mette a disposizione non solo la sua voce ma anche il suono del suo flauto, Antonella Scafati, soprano di grande qualità, che vuole proseguire la tradizione familiare che si era aperta col nonno Luigi e Angelo Giovannini, tenore dalla voce possente e bene impostata. A quanto è dato sapere, agli inizi il canto era accompagnato solo dal suono dell’organo. L’uso di altri strumenti non dovette avvenire senza polemiche se Tommaso Del Manso, che, giovane, aveva cantato l’aria del D’Alessandro, ancora negli anni cinquanta, ormai anziano, si lamentava, scandalizzato, che si facesse uso di violini in una cerimonia sacra. E’ comunque accertato che negli anni venti l’uso di violini accanto all’organo era divenuto ormai canonico. A questi anni risalgono alcuni frammenti manoscritti di parti affidate ai violini primi, relative ai motivi di Vincenzo e Nicola Giusti e Domenico Di Cola; i due frammenti portano nel retro l’uno il nome di Giovanni Amicucci più noto col soprannome di Santavicca, e l’altro di Olindo Cianciarelli, ambedue dilettanti violinisti. Da ricordare fra i violinisti il nome di Giovanni Taballione, padre del fisarmonicista Cesidio. Un ruolo importante ha avuto il violinista Nando Macioci, che per più di cinquanta anni ha contribuito con la sua arte a mantenere viva una tradizione che, forse, rischiava di scomparire. In questi ultimi anni si è fatta anche una trascrizione per organo e orchestra, Buona la collaborazione delle nuove generazioni nella formazione del coro. Principalmente preziosa l’opera dell’organista Giustino Rossi. Da qualche anno istruisce il coro e dirige l’esecuzione Marco Di Girolamo con la collaborazione di Luigi Felli.

                     GIUSEPPE DI GIROLAMO

                             1) Abbiamo anche due arie manoscritte di Gioacchino Di Michele -1955 - 1960